Domani si apre a Roma il Convegno Ecclesiale “Testimoni Digitali”, motivo per cui avverto il bisogno di riassumere alcune idee, già espresse, almeno in parte, su questo Blog.
Non v’è dubbio che uno dei primi nodi da sciogliere riguarda l’evoluzione del linguaggio digitale. Com’è noto, proprio i missionari sono i primi in assoluto a comprendere quanto sia importante conoscere la lingua locale prima di iniziare a svolgere il ministero pastorale. Ebbene, lo stesso principio vale anche quando navighiamo in Rete. Sta di fatto che la dimensione del “fluire” linguistico della Rete (pensiamo al linguaggio ipertestuale) rappresenta un problema che riguarda non solo i missionari, ma tutte le agenzie educative legate alla Chiesa, incluse le parrocchie di casa nostra. Essere testimoni significa, innanzitutto e soprattutto, saper comunicare la Parola forte di Dio: per farlo, nella società digitale, dobbiamo affrontare e superare alcune difficoltà legate proprio al suo linguaggio. Non mancano certo modelli, valori, esperienze di santità da trasmettere agli altri, ma dobbiamo trovare le modalità espressive adeguate per essere davvero testimoni digitali, unitamente ad un approccio davvero innovativo anche in chiave tecnologica. Insomma, se fino ad oggi abbiamo investito nel realizzare le opere più variegate (oratori, scuole, ospedali…), ora dobbiamo fare lo stesso guardando alla Rete come “Terra di Missione”. La posta in gioco è alta, anche perché rischiamo di non farci capire proprio dalla parte importante per il futuro della società: i giovani.
In questi anni, dobbiamo ammetterlo, è cresciuto notevolmente l’utilizzo dei nuovi media nel mondo missionario. Grazie ai sistemi satellitari, ad esempio, le modalità di collegamento sono aumentate considerevolmente. L’accesso alle nuove tecnologie per chi lavora in missione è particolarmente utile perché dischiude opportunità insperate: contenuti multimediali, programmi e testi nelle lingue di tutto il mondo, applicazioni in remoto quali la telemedicina, la formazione a distanza, l’e-learning. L’accesso a Internet, per gli studenti delle scuole e delle università, è una potenzialità immensa. Detto questo rimangono alcune criticità. Quelle cioè legate alla mancanza di risorse finanziarie e di infrastrutture, il cosiddetto “digital divide”: in alcuni Paesi in via di sviluppo la connettività è debolissima e l’hardware si riduce a veri e propri reperti archeologici, in confronto agli standard occidentali. Tanti confratelli lavorano con modem lentissimi, a 56 Kbyte/s nella migliore delle ipotesi, per non parlare dei computer: in alcune missioni ho visto Pentium 75 con 16 Mbyte di Ram. In queste condizioni si accede ancora alla Rete Internet come avveniva in Italia negli anni ‘90. Detto questo però, però, la Rete resta una grande opportunità. Pensiamo solo a cosa significhi la posta elettronica e, laddove le circostanze lo consentono, la possibilità di navigare. In Africa, alcuni missionari hanno realizzato dei portali con servizio autonomo di housing comprendente server e connessione Web. Il contesto però è di estrema difficoltà e arretratezza, nel continente africano, ad esempio, la Rete è ancora un lusso: basti pensare che gli host hanno superato il milione solo nel 2006. Come dicevo, i segnali positivi ci sono, nei successivi due anni, il numero è praticamente raddoppiato e nel 2009 è proseguita una forte crescita, ma ancora oggi l’Africa conta per meno del 3-4 per cento dell’attività “on line” nel mondo. Un discreto interesse ha suscitato tra i missionari il progetto “One Laptop Per Child” lanciato nel 2005 da Nicholas Negroponte, che mira a distribuire computer portatili nei paesi africani. Il primo Paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati centomila. Ogni laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale, il che nei Paesi in via di sviluppo ha un’estrema importanza: solo in Nigeria, ad esempio, ci sono ben 320 lingue ufficiali. Ma soprattutto questo computer, nonostante le notevoli difficoltà di connessione, consente ai bambini di entrare a contatto diretto con alcune fonti di formazione, la Rete li rende protagonisti dei loro processi di apprendimento.
Naturalmente, la problematica dei costi non riguarda però esclusivamente l’acquisto del Pc, ma anche quello dei software. Personalmente, ritengo che nell’ambito dell’informatica il paradigma tecnologico più sostenibile sia quello legato ai cosiddetti Free/Libre/Open Source Software (FLOSS), un termine ibrido che indica contemporaneamente e collettivamente il software libero e quello a sorgente aperto. Anzi: il modello cooperativo a cui essi fanno riferimento in generale, la possibilità per gli utenti di partecipare attivamente all’innovazione e di personalizzare i software per le diverse esigenze, sono tra i punti di forza di una strategia globale che davvero giovi alla causa dello sviluppo. Attualmente, alcune Ong si stanno occupando di questi temi con grande impegno e buona volontà, anche se molto spesso, purtroppo, mancano dell’imprescindibile supporto tecnico e finanziario.
Una cosa è certa: il contributo che la presenza dei missionari può dare a Internet è molteplice; anche se la cybersocietà è ancora tutta da esplorare e il deterioramento dei rapporti personali e sociali è sempre un rischio connesso alla sua evoluzione. I missionari possono innanzitutto esercitare un’azione educativa sugli utenti, promuovendo responsabilità e fiducia. Da questo punto di vista, il cammino è però ancora lungo… Infatti, il mondo cattolico (e dunque anche missionario) in questi anni è entrato nel cyberspazio con una logica troppo congregazionale o parrocchiale. Quasi tutti gli istituti religiosi hanno allestito i loro portali, offrendo una quantità di informazioni che però raramente vengono organizzate in un sistema coerente. E il navigatore rischia di confondersi di fronte a un mero elenco di indirizzi Web indicizzati dai motori di ricerca, di scorrerli meccanicamente. Usando un linguaggio teologico, potremmo scrivere, senza esagerare, che Internet va “evangelizzato”, affinché rispetti e promuova sia l’interesse della fraternità universale, della “comunità”, sia quello dei valori e della “persona”. Come già scritto a caratteri cubitali in questo Blog, occorre investire, in risorse umane e finanziarie, per implementare questa nuova dimensione. Per carità: si può vivere anche senza cellulare. Ma i modelli e i paradigmi odierni sono qualcosa d’ineluttabile, come le forme espressive e i linguaggi che fanno parte del “modus vivendi” delle nuove generazioni. Ciò che conta è farne un uso intelligente, proteso all’edificazione del bene comune. Per la Chiesa e per chi porta nel mondo la Parola del Signore è un dovere non trascurare l’aiuto che lo sviluppo delle tecnologie può offrire. Buon Convegno a tutti!
