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A proposito della “morale” internettiana

giovedì, febbraio 25th, 2010

I lettori di questo blog avranno forse seguito la vicenda che ha coinvolto Google, condannata per aver pubblicato su “You Tube” il video delle violenze perpetrate nei confronti di un ragazzo disabile. Stefano Rodotà in un’intervista apparsa su Repubblica in merito a questo scottante argomento ha affermato che:

“Gli interessi in gioco non sono solo l’iniziativa economica e la dignità, ma anche usare questi strumenti come momento nuovo di manifestazione del pensiero. Ogni forma di comunicazione di massa porta con sé dei rischi, non possiamo buttare l’acqua sporca col bambino. Queste forme di controllo finirebbero con l’uccidere i social network. Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C’è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c’è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura”.


Devo ammettere che si tratta di un “caso di cronaca” internettiana sul quale è importante interrogarsi dal punto di vista dell’evangelizzazione dell’areopago digitale. Una sfida che ci trova ancora molto impreparati. Ne ho parlato con un caro amico, il Professor Sergio Pillon, che è stato tra i primi in Italia a navigare nella Rete. Essendo inoltre egli genitore di due ragazzi, gli ho chiesto un commento “a caldo”. Ecco cosa mi ha scritto in posta elettronica:

La Rete non è la ‘causa’ del disagio morale, semmai ne è il ‘termometro’. Provo a spiegarmi meglio: riflettevo sulla pedopornografia presente sulla Rete: secondo la maggior parte degli esperti Internet non ha creato il fenomeno e neppure lo ha sviluppato, lo ha semplicemente portato all’attenzione. Ogni azione sulla Rete lascia tracce, ogni transazione può essere intercettata e la ‘libertà’ della rete è una libertà ‘vigilata’. I ragazzi che hanno pubblicato il video su Google sono stati rapidamente identificati; se avessero messo dei Dvd nelle cassette della posta sarebbe stato molto più difficile. D’altronde di immagini indecenti pubblicate sui giornali se ne trovano a bizzeffe, basta andare in un’edicola per trovarne. Ed è compito di un genitore educare i figli a comportarsi correttamente. Ma ciò che mi preoccupa, tornando al nostro ragionamento sulla Rete, è il fatto che dei ragazzi abbiano ritenuto divertente mettere ‘on line’  le loro torture ad un ragazzo disabile. Questo deve far riflettere, come anche il fatto che si consideri normale aprire un gruppo su Facebook contro i disabili. Deve anche far preoccupare la constatazione che noi sorrideremmo se un ragazzo ci confessasse di aver violato il computer del professore per vedere i voti dei compiti. Se avesse confessato di aver forzato la porta di casa del professore, poi un cassetto chiuso a chiave per leggere i voti, la cosa non ci avrebbe fatto sorridere! Forse farlo per via ‘informatica’ è  meglio? E filmarsi ‘in allegra amicizia’  per  vantarsene con gli amici inviandosi ‘by mail’ i video,  non è censurabile? Ma moltissimi adolescenti lo fanno, incappando tra l’altro nel reato gravissimo di realizzazione, pubblicazione e diffusione di materiale pedopornografico, che non rende diverso un adolescente che si filma per vantarsi con i propri coetanei da un adulto che filma un bambino per scopi sessuali! La Rete offre nuove opportunità e nuovi ambienti ma rende anche ‘fragili’ alcuni aspetti della morale che credevamo ben consolidati, come il rubare: ad esempio scaricare video e musica protetti da copyright è rubare? Oppure, entrare negli sms del proprio compagno per leggerli è violare il rapporto di fiducia tra coniugi?  Scambiarsi immagini ‘piccanti’ o passare ore in chat con un altro uomo significa tradire il proprio compagno? Dal mio punto di vista tutte queste sono cose immorali, non ho soluzioni ma solo riflessioni da consegnare…”

Lo si voglia o no, bisogna riconoscere che in questi casi citati da Pillon, moralmente parlando, “reale” e “virtuale” coincidono e sarebbe ora che nelle classi di catechismo questi temi fossero affrontati seriamente…