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Pensieri sparsi dopo il Convegno, “istruzioni per l’uso”

domenica, aprile 25th, 2010

La “barca della Chiesa” non ha paura ed è pronta a “prendere il largo nel mare digitale”, nuovo confine del Terzo Millennio, ma senza alcuna “fiducia acritica” nei nuovi media, e stando ben attenta a contrastare i rischi che può comportare un mezzo “senza volto”, in cui la dignità della persona può essere facilmente misconosciuta e calpestata. Mi pare che questo, in sostanza, sia il messaggio forte che Benedetto XVI ha formulato ai partecipanti al convegno ecclesiale “Testimoni digitali” che si è concluso sabato scorso, riscuotendo grande successo.

Personalmente ho seguito i lavori, in parte attraverso il collegamento via Internet, ma anche seguendo dal vivo, in sala, gli interventi dei vari relatori. Ecco che allora sento il desiderio di condividere con i lettori di questo Blog alcune considerazioni emerse anche dal confronto diretto con i partecipanti.

Vi è anzitutto un quesito di fondo al quale credo dovremmo rispondere: possiamo ancora considerare il digitale un “Media”? In effetti, come mi ha fatto notare il professor Sergio Pillon che ha partecipato attivamente  alla riflessione su “Testimoni Digitali” grazie proprio a questo Blog, “andare in banca da casa – il cosiddetto home banking, come molti fanno – non è solo ‘comunicazione’; inviare la denuncia dei redditi per Internet o all’INPS un certificato, è molto di più. Questi sono solo alcuni segni di un profondissimo cambiamento del nostro ‘modus vivendi’. Parlare in termini di ‘Era Digitale’ – saranno un giorno gli storici a definirla meglio – ha cambiato e continua a cambiare il nostro mondo più di quanto non abbia fatto l’invenzione della macchina e vapore”. Come dargli torto? Chi usa più la fotocamera con la pellicola oggi? Chi non è capace di inviare gli SMS? E la posta elettronica? Ciò che intendo dire, e che mi auguro sia ormai chiaro dopo il convegno di questi giorni, è che il sistema “Digitale” ha generato una nuova dimensione esistenziale, tutta da scoprire. E il vero problema è che noi cattolici, da questo punto di vista, abbiamo ancora molta strada da fare.

Proprio durante il convegno, Pillon mi ha posto questa domanda: “E se chiedessi ai partecipanti in questa sala se tra loro c’è qualcuno che ha mai rubato in un negozio, probabilmente tutti mi guarderebbero come un pazzo. Ma hanno tutti sorriso quando si è parlato di Emule, il programma più usato per accedere, senza pagare, a materiale protetto da copyright. Sì, quasi fosse una furbata di qualche pirata, ma niente di più”. Questo a significare che la “morale internettiana” deve affrontare questioni comportamentali sulle quali forse dovremmo esprimerci come cattolici per il bene delle giovani generazioni.  E cosa dire dell’enorme traffico nella Rete legato alla pornografia? Oggi sorridiamo di un ragazzo che entra nel computer della sala professori e copia le tracce dei compiti in classe – in gergo si dice che lo ha “craccato” - ma se avesse “craccato” la porta della sala degli insegnanti ed il cassetto in cui erano custodite le tracce, nessun genitore avrebbe sorriso. Questi naturalmente sono solo alcuni degli esempi del “lato oscuro” della Rete, che devono essere ancora decifrati e affrontati.

Quando eravamo ragazzi, i nostri genitori ci hanno insegnato che per attraversare la strada si deve passare sulle strisce; ma oggi chi insegna le “regole diglitali” alle nuove generazioni? La Chiesa credo che debba prendere coscienza sempre di più della necessità di operare un sano discernimento per distinguere nella Rete il grano buono dalla zizzania. Sono I “nativi digitali” (quelli nati nel bel mezzo di questa rivoluzione digitale) a chiederlo a noi, “immigrati digitali” (nati prima dell’avvento di Internet), per poter filtrare un immenso oceano di informazioni, cercando di cogliere la linea di demarcazione tra il “Bene” e il “Male”.

E che dire dell’oracolo googoliano? La salute, la famiglia, la legge, la fede… tutto viene chiesto all’oracolo dell’Era digitale: il motore di ricerca. Un esempio ci viene da un video, realizzato con il contenuto del profilo delle domande poste al motore di ricerca di un utente di america on line, “rubato” e divenuto pubblico: “I love Alaska”. Oggi si cerca sulla Rete  tutto e l’oracolo suggerisce. Il primo pensiero è che si tratta di uno straordinario strumento di conoscenza della realtà; ma poi mi pongo il problema su come utilizzare questo magma di informazioni.  Ecco che allora è necessario richiedere uno sforzo non indifferente a tutte le agenzie educative,  Chiesa in primis, affinché si possa attuare il discernimento di cui sopra. Qualcosa si sta facendo, ma non basta.

Ed il Sud del mondo? La Rete, l’abbiamo scritto tante volte su questo Blog, rappresenta una fantastica opportunità per fare un grandissimo balzo nel campo dell’evangelizzazione, del lavoro, dello studio, del sociale…  più in generale nelle periferie del villaggio globale ( Africa, America Latina, Asia e Oceania). E i nostri missionari ne sanno davvro qualcosa!

Vi è poi la questione ambientale. Mi spiego:“custodire il creato” significa anche spostare le informazioni invece delle persone. Non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore. E la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, un’informatica ecologicamente sostenibile. Ma anche in questo campo, la riflessione deve essere realistica e come empre ispirata al Magistero Sociale della Chiesa.

Per concludere, ritengo che occorra definire “urgentemente” una strategia d’intervento sul “Digitale”. Un’azione articolata, certamente complessa e impegnativa, che coinvolga tutte, davvero tutte, le anime della Chiesa: dalla missione alla comunicazione, dall’educazione scolastica al catechismo, fino al volontariato sociale (i disabili,  per esempio… che strumento provvidenziale è per loro il digitale… ma di quanto aiuto hanno bisogno per usarlo!).  Un’ operazione culturale ed educativa, rivolta alle famiglie, ai ragazzi, agli anziani, ai sacerdoti e ai catechisti. Insomma, dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile – è solo una proposta – che la Cei (Conferenza episcopale italiana) elaborasse un documento sull’era Digitale . Servono urgentemente “Istruzioni per l’uso”. Dulcis in fundo, come missionario, lo confesso, mi sarei aspettato che, durante i lavori del convegno, fosse  dato un po’ di spazio anche al contributo che il mondo missionario, da sempre, testimonia nei nuovi mondi, oggi nella Rete. Sarà certamente per la prossima volta.

Diario di una Missione, l’Africa che sorride

martedì, marzo 2nd, 2010

In che maniera comunicano oggi i missionari  dalle periferie del mondo? L’interrogativo è legittimo per coloro che hanno a cuore la causa del Regno di Dio. In una società digitale trasmettere con il cuore e con la mente la passione per la Missione deve essere davvero un imperativo, un segno della fattiva cooperazione tra Nord e Sud del mondo, tra le giovani Chiese e quelle di antica data come la nostra.

Padre Ivo ed il piccolo Ivo IV

Padre Ivo con in braccio un bimbo che porta il suo stesso nome

A questo proposito vorrei segnalare ai lettori di “Missionari Digitali” un’esperienza interessantissima, il Diario digitale di don Ivo, missionario fidei domum originario della diocesi di Foggia-Bovino, impegnato nel servizio “Ad Gentes” a Bigene, nella diocesi di Bissau, in Guinea-Bissau. Un blog articolato, ricco di informazioni e di spunti,  immagini, video… E la “comunicazione digitale multimediale” è sul blog di Padre Ivo nello spazio “Missione è festa”.  Sono pagine appassionanti che vanno ben al di là della solita prospettiva paternalistica tipica di certa beneficenza strappalacrime. Intendo dire quella “carità pelosa” per cui noi “occidentali” dobbiamo sempre e comunque sentirci benefattori di fronte a tanta umanità dolente. Dalla tastiera di don Ivo scaturisce un messaggio di ben altro spessore, una “Buona Notizia” dalla quale emerge un rispetto incondizionato nei confronti di un popolo dimenticato da tutto e da tutti.

Date un’occhiata qui, al “diario di una missione” e comprenderete davvero che l’evangelizzazione non consiste solo nel “dare” ma anche nel “saper ricevere”. Ed Internet, da questo punto di vista, è davvero provvidenziale!

La Rete, il vero e il falso

lunedì, febbraio 22nd, 2010

Nell’epoca digitale non esiste un modo di raccontare asettico e neutrale. Nel “mare magum” della Rete possiamo infatti trovare pareri asimmetrici e discordanti, insomma tutto e il contrario di tutto. Il problema è che  Internet è “disintermediazione” attraverso un’informazione capillare, incontrollabile, globale e gratuita dei blog, e dei social network. A significare che c’è un continuo adeguamento alle sempre nuove piattaforme tecnologiche su cui vengono veicolate le notizie. Questo fenomeno naturalmente genera apprensione rispetto all’esigenza di avere dei punti fermi e, giornalisticamente parlando, in relazione alla verità dei fatti. Da questo punto di vista io credo che il compito “missionario” dei cristiani presenti nella Rete non possa prescindere dalla fatica di chi umanamente si erge da tramite tra l’evento in quanto tale e il destinatario finale che è il fruitore di notizie. Tutto ciò nella consapevolezza che la nostra identità in Rete deve essere davvero “cattolica”, aperta dunque all’universalità.

A spiegarlo in maniera convincente in una sua missiva pastorale, addirittura prima dell’avvento del digitale, è stato all’inizio degli anni ’90 un pastore d’anime eccellente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, il quale sostiene che: “È praticamente impossibile porsi esattamente tra fonte dell’informazione e il destinatario perché il mediatore è colui che porta le ragioni dell’uno e dell’altro, e viceversa. È colui che si fa carico dell’uno e dell’altro, che sa cogliere il senso del loro dire. Soprattutto, mediatore è colui che traduce; ciò vuol dire che non può essere un passacarte, né un megafono, né uno che letteralmente trasporta ogni parola da un codice all’altro. Mediatore è colui che si assume i rischi di ogni traduzione; tradurre, concretamente, significa anche andare all’essenziale, cercare il senso di una vicenda in sé e nel contesto, e riferire con parole vive”. (Cfr. Il lembo del mantello. Lettera ai fedeli per l’anno pastorale 1991/92, Arcidiocesi di Milano, 19 Qui Il testo integrale ) Dunque siamo alle prese con’operazione ardua, impegnativa e che richiede congiuntamente apertura mentale e grande senso di responsabilità. E all’obiezione che possano esservi comunque dei condizionamenti imposti dal sistema mediatico, il cardinale invita ad avere un approccio propositivo: “Eppure io resto convinto che la vera sfida a ciascuno di noi è proprio questa: individuare spazi di libertà, di discrezionalità, di creatività dentro i ruoli che ci hanno assegnato, nello svolgimento dei compiti che ci sono stati affidati. A volte può essere più facile, in altri casi è complicato. In certi momenti scrivere ha rappresentato grossi sacrifici per la stessa libertà personale. Può capitare che i nemici delle nostre potenzialità espressive non siano il “sistema”, le “controparti”, i “superiori” e i mezzi di cui questi spesso dispongono (duri o persuasivi o subdoli), ma che i nemici più forti e duri da battere siano dentro di noi. E si chiamano autocensura, conformismo, desiderio di quieto vivere e di non avere grane”. (Ibidem. Il lembo del mantello…).

Detto questo è chiaro che nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale, la mediazione di cui sopra sarà possibile solo e unicamente attraverso piattaforme in cui il mondo cattolico sia capace di fare “cartello”, non disperdendosi come accade oggi in nebulose di siti a destra e a manca. Si tratta in sostanza di osservare insieme per decifrare il network ricco di collegamenti, di rimandi e quant’altro. L’operazione è dunque quella del setaccio, filtrando, per così dire, il grano buono dalla zizzania, attraverso verifiche e riscontri che esigono un impegno comune. Insomma, parafrasando un vecchio detto non dobbiamo buttare il bambino (la verità dei fatti, i valori e le esperienze del passato) con l’acqua sporca delle falsità e degli interessi di parte.

Il linguaggio digitale

sabato, febbraio 20th, 2010

Essere bravi cristiani significa saper comunicare la Parola Forte di Dio. Purtroppo nella società digitale dobbiamo riconoscere che vi sono alcune difficoltà legate al linguaggio. Non tanto perché manchino storie di santità da raccontare alla gente, quanto piuttosto per la mancanza di modalità espressive adeguate all’era digitale. La posta in gioco è alta perché rischiamo di non raggiungere un segmento importante del futuro della società: i giovani. A pensarci bene, si tratta di un problema che riguarda tutte le agenzie educative (incluse le nostre parrocchie).   A titolo di esempio vi offro due immagini, tratte da una presentazione Power Point di una tesina di maturità elaborata da un ragazzo di Roma, figlio di miei amici carissimi. Da notare che in calce sono riportati i suoi appunti personali.

Giorgio (questo è il suo nome) commenta la traccia del tema assegnato dal Ministero, sul linguaggio dei giovani. Credo siano immagini piuttosto “auto esplicative” sia di come oggi molti educatori vivano anni luce distanti dalle nuove generazioni, sia di come i ragazzi percepiscano la comunicazione nell’era digitale. Noi Missionari siamo i primi a dire che bisogna conoscere la lingua locale, scritta e parlata, prima di iniziare a svolgere il proprio ministero in terre lontane. Teniamo presente questo principio anche quando siamo in  Rete!

Prendiamo come esempio finale dell’evoluzione culturale la traccia della prova scritta di quest’anno Il “digital immigrant” che ha scritto quella traccia l’ha chiamata “impersonale”: non conosce veramente la nostra scrittura! e’ molto piu’ personale oggi di quella di 10 anni fa!

Scriviamo molto piu’ delle generazioni precedenti, semmai abbiamo recuperato la scrittura, che era stata quasi cancellata dall’uso telefono e della macchina da scrivere.

Dove sta andando Internet?

mercoledì, febbraio 17th, 2010

In questi giorni ho provato ripetutamente a chiedermi dove sta andando Internet. Prima c’era Web 1.0 con le sue bacheche, le brochure, i motori di ricerca. Poi è venuto Web 2.0, vale a dire i social network, i blog… Oggi addirittura siamo già proiettati sulle interazioni tra gli oggetti che qualcuno già chiama Web 3.0. E allora, di questo passo dove andremo a finire? Per rispondere proviamo a tornare indietro con la moviola della storia. Internet trova il suo retroterra negli studi di cybernetica a cavallo tra gli anni ‘40 e ‘50 e comincia a diventare realtà, almeno sulla carta, con la nascita dell’ARPA (Advanced Research project Agency), costituita negli Stati Uniti nel 1957 in risposta al lancio del primo Sputnik sovietico, e quindi con la creazione della rete Arpanet. In un passaggio delle bozze sulla nascita di ARPA si affermava: “Tema di lavoro dell’agenzia è la promessa offerta dal computer come mezzo di comunicazione tra le persone, un’ipotesi che riduce a fatto quasi insignificante l’origine del computer come motore aritmetico”. I primi passi sperimentali di connettività tra diversi IMP (Interface Message Processor) mediante i primi protocolli messi bene a punto si ebbero però soltanto nel 1971. Siamo ancora nell’epoca paloelitica di Internet; la sua vera storia comincia davvero solo pochi anni fa, nell’ultimo decennio del secondo millennio. Un’atmosfera inebriante ma ancora rarefatta, soprattutto se si considera la crisi attraversata dal mondo del Web per la sua dipendenza dai giochi di borsa e dalle conseguenti bolle speculative. Ma con tutto il rispetto per Negroponte e gli altri Guru della Rete , il rischio sempre in agguato è che a dettare le regole del gioco siano sempre i soliti potentati. A questo proposito credo che i cristiani, in quanto cittadini responsabili e gestori/fruitori della Rete, abbiano una grande responsabilità. Quella di ricercare delle strategie che consentano alla Società Civile di prendere in mano le redini della situazione. Nell’attuazione della “Sussidiarietà”, intesa come corresponsabilità rispetto al bene comune, dovremmo un po’ tutti diventare parte attiva nella soluzione dei problemi d’interesse generale, anche attraverso una presenza responsabile in Internet. E allora perché non identificare sul mercato degli editori che possa incarnare quella che oggi viene definita “Responsabilità sociale d’impresa”? Editori che sappiano riconciliare le esigenze del mercato con la sfera dei valori.

Missione e alfabetizzazione digitale

mercoledì, febbraio 10th, 2010

Si parla spesso di missione digitale, ma in che modo è davvero possibile evangelizzare Internet? L’esperienza mi ha insegnato che molto dipenderà dall’impegno delle nostre comunità nell’acquisire l’alfabetizzazione necessaria a capire la  filosofia digitale. E sebbene rispetto agli anni ‘90 siano stati compiuti progressi significativi, la strada è ancora molto lunga e impegnativa. Si stenta infatti ancora oggi a capire che Internet non è di per sé un’agenzia di stampa né un’enorme bacheca planetaria, né tanto meno una biblioteca informatica. Pretendere di ridurre la rete a queste schematizzazioni non solo è riduttivo, ma rischia di pregiudicare un grande spazio di libera espressione utile ad abbattere il muro d’ignoranza e d’indifferenza rispetto ai valori del Regno, fraternità universale in primis. Cerchiamo allora di andare un pò in ordine nel nostro ragionamento.

L’equazione Internet = Americaonline + Microsoft + Telecom… è fasulla perché equivarrebbe a considerare una città come Roma un semplice agglomerato di abitazioni e infrastrutture. La rete siamo noi, come ogni metropoli è innanzitutto e soprattutto un insieme di persone che interagiscono tra loro. Londra, New York, Nairobi… se fossero disabitate non sarebbero più città, ma al massimo un insieme di cemento, ferro e quant’altro. Si tratta dunque di scendere in campo per appropriarci di una realtà che appartiene agli utenti prima ancora che ai gestori di rete. Il mondo cattolico è entrato in questi anni nel cyberspazio  con una logica molto congregazionale o parrocchiale che dir si voglia. Un pò tutti gli istituti religiosi hanno allestito le loro finestre offrendo un subisso d’informazioni che  purtroppo solo a fatica vengono incanalate in un sistema coagulante. Esse sono disorganizzate e la mente del navigatore si confonde di fronte alla marea di indirizzi Web che i motori di ricerca elencano meccanicamente. Abbiamo dunque bisogno di un intermediario tra l’utente e la funzionalità di rete.

Usando un linguaggio teologico, potremmo scrivere, senza esagerare, che Internet va “evangelizzato” nell’interesse della fraternità universale (comunità) e dei valori (persona). E non si tratta solo di realizzare soltanto una maggiore comunione tra coloro che la pensano come noi; andrebbe potenziato e valorizzato, per esempio, anche l’aspetto della formazione.  Chi mai si sognerebbe di utilizzare un aereo  per recarsi sotto casa a prendere il caffé? Eppure, se si guarda al modo in cui spesso vengono usati il cyberspazio e i cyberstrumenti disponibili è evidente che molti continuano a  sottostimare enormemente le potenzialità della rete. Deve essere chiaro che occorre investire, in risorse umane e finanziarie per sfruttare quel che questa nuova dimensione del comunicare ci offre soprattutto se davvero si vogliono amplificare i messaggi di solidarietà. Chi opera nella cooperazione allo sviluppo, nelle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e nelle istituzioni missionarie non può improvvisare. Non basta  disporre della connettività o conoscere i sistemi operativi; è indispensabile possedere la complessa materia della filosofia digitale prima di qualunque altra cosa. Se fino a ieri ragionavamo utilizzando gli “atomi” (libri, giornali, riviste…), oggi dobbiamo capire che sono i “bit” a farla da padrone. E mentre i primi, presi a grappoli, pesano e ingombrano, i secondi  trasferiscono, alla velocità della luce, tonnellate di dati.

Ma attenzione. Internet non è una gallina dalle uova d’oro, ragion per cui è importante stare in guardia ed essere ben informati sui mille nuovi modi d’essere abbindolati dai mercenari della rete che tentano sempre di rifilarci un computer più moderno e più potente, un software inutile e complicato, un ulteriore gadget assolutamente pleonastico. Le case produttrici hanno un solo interesse: vendere. È dunque assolutamente necessario difendersi di fronte alle aggressioni del mercato. Come è altrettanto necessario porsi di fronte  alla rete con saggezza. Per carità, i i social Network sono diventati sempre più usati in tutto il mondo con Facebook che sembra avviato a diventare un servizio irrinunciabile per tante persone, con Twitter utilizzato per diffondere notizie anche da luoghi inaccessibili come l’Iran, ed altri siti molto utilizzati nel mondo come  Plaxo e Linkedin. E che cosa dire di Google Buzz appena nato?

Goggle Buzz, il nuovo social network di Google

Detto questo è comunque importante rammentare che la telematica è un mezzo che può fare del bene, a condizione che vi sia una cultura che ne anima e ne motiva l’utilizzo. Accedere per esempio alla rete  solo per prelevare programmi musicali, giochi e altre carabattole, senza  impostare mai alcuno scambio comunicativo intelligente, in termini di cyberspazio può essere considerato quasi un peccato mortale. Vagare senza meta, alla deriva di sito in sito, in maniera casuale, può ugualmente diventare un vizio. E non parlo solo di “certi siti” che , secondo le statistiche di Internet, rappresentano ancora oggi, purtroppo, il grosso del traffico…  E a proposto di statistiche mi viene in mente quello che diceva Benjamin Disraeli, che si conquistò fama non solo come primo ministro britannico, ma anche come autore di epigrammi: altro non sono che un tipo di bugie. Quelle relative alla diffusione di Internet e al suo effettivo utilizzo, pur tenendo conto dei dati meticolosamente e meritevolmente raccolti da società esperte come Computerscope, Nielsen, Global Reach, fanno correre il rischio di allungamenti del naso tali da far impallidire quelli già record che Benigni ha imposto al suo Pinocchio. Scherzi a parte la valutazione del numero degli utenti di Internet in tutto il mondo costituisce una disciplina ancora molto perfettibile nel senso che le sue cifre – frutto di studi, sondaggi e ricerche – costituiscono soltanto una “stima ragionata” del cybermondo, a significare che non si deve intendere per utilizzatore di Internet un abbonato ma semplicemente chi ha o ha avuto accesso alla rete.

I dati sono frutto anche di calcoli statistici induttivi e deduttivi, visto che di solito ogni abbonamento (Internet Account) viene valutato come equivalente a tre “internettisti”. Pur con tutte queste cautele, sembra proprio certo che il pubblico delle reti sociali abbia superato quello delle e-mail: 301 milioni di utenti contro 276 milioni. Un risultato confortante anche per noi religiosi che crediamo nel valore della persona creata a immagine e somiglianza di Dio.

Missione Internet

lunedì, febbraio 1st, 2010

Cari Testimoni Digitali, sono felice d’essere in rete con voi per dare spazio alla Missione on-line A questo proposito vorrei segnalarvi il primo numero di quest’anno di  Popoli e Missione, la rivista della Fondazione Missio.

La copertina del numero di gennaio di Popoli e Missione

E’ il mensile promosso dall’organismo della Cei preposto alla pastorale missionaria. Una pubblicazione, di cui chi scrive è direttore, che ha cambiato “look”, all’insegna del rinnovamento, non solo nella forma ma anche in quell’impegno che, come redazione, ci siamo assunti nel corso di questi anni, dando voce alle giovani Chiese e al sud del mondo. Una galassia estremamente variegata di soggetti che più di altre agenzie educative del nostro tempo testimoniano i valori del Regno, tra i quali spicca certamente la dimensione della comunicazione.

Per questa ragione abbiamo aperto con un pezzo molto interessante a firma del Professor Sergio Pillon, su Internet e la Missione.
L’articolo lo potete scaricare da qui http://www.pillon.org/popoli/Internetelamissione.pdf.

Si tratta di una riflessione estremamente importante che può innescare un dibattito a trecentosessanta gradi sull’uso delle nuove tecnologie internettiane che, alla prova dei fatti, rappresentano un areopago privilegiato dell’evangelizzazione in questo primo segmento del Terzo Millennio.

Pillon, è bene rammentarlo, è stato colui che nel 1997 mi ha permesso di realizzare la prima piattaforma esclusivamente digitale “Ad Gentes” per dare voce alle giovani Chiese e al Sud del Mondo: la Misna (Missionary Service News Agency). Oltre ad essere un medico angiologo, si occupa di Internet da quando lavorava al CNR e la Rete si chiamava Arpanet. Responsabile della Telemedicina nel programma nazionale di ricerca nell’Antartide, Pillon collabora anche con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e con la European Science Foundation (ESF) sugli stessi temi. Ha presentato nel 1990 le sue ricerche nell’Aula Nobel dell’Accademia Reale di Svezia. Molti degli “internettiani” di oggi hanno scoperto la telematica sulla rubrica che teneva negli anni ‘90 sulla rivista “Mc microcomputer”, appunti di telematica, la prima rubrica su quella che sarebbe diventata la “rete delle Reti”.

Queste sue competenze, unitamente al bagaglio esperienzale maturato a fianco dei missionari, hanno reso Pillon un protagonista storico dell’era digitale nel mondo ecclesiale. Buona lettura!