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Missionari, “Testimoni Digitali”

mercoledì, aprile 21st, 2010

Domani si apre a Roma il Convegno Ecclesiale “Testimoni Digitali”, motivo per cui avverto il bisogno di riassumere alcune idee, già espresse, almeno in parte, su questo Blog.

Non v’è dubbio che uno dei primi nodi da sciogliere riguarda l’evoluzione del linguaggio digitale. Com’è noto, proprio i missionari sono i primi in assoluto a comprendere quanto sia importante conoscere la lingua locale prima di iniziare a svolgere il ministero pastorale. Ebbene, lo stesso principio vale anche quando navighiamo in Rete. Sta di fatto che la dimensione del “fluire”  linguistico della Rete (pensiamo al  linguaggio ipertestuale) rappresenta un problema che riguarda non solo i missionari, ma tutte le agenzie educative legate alla Chiesa, incluse le parrocchie di casa nostra. Essere testimoni significa, innanzitutto e soprattutto, saper comunicare la Parola forte di Dio: per farlo, nella società digitale, dobbiamo affrontare e superare alcune difficoltà legate proprio al suo linguaggio. Non mancano certo modelli, valori, esperienze di santità da trasmettere agli altri, ma dobbiamo trovare le modalità espressive adeguate per essere davvero testimoni digitali, unitamente ad un approccio davvero innovativo anche in chiave tecnologica. Insomma, se fino ad oggi abbiamo investito nel realizzare le opere più variegate (oratori, scuole, ospedali…), ora dobbiamo fare lo stesso guardando alla Rete come “Terra di Missione”. La posta in gioco è alta, anche perché rischiamo di non farci capire proprio dalla parte importante per il futuro della società: i giovani.

In questi anni, dobbiamo ammetterlo, è cresciuto notevolmente l’utilizzo dei nuovi media nel mondo missionario. Grazie ai sistemi satellitari, ad esempio, le modalità di collegamento sono aumentate considerevolmente. L’accesso alle nuove tecnologie per chi lavora in missione è particolarmente utile perché dischiude opportunità insperate: contenuti multimediali, programmi e testi nelle lingue di tutto il mondo, applicazioni in remoto quali la telemedicina, la formazione a distanza, l’e-learning. L’accesso a Internet, per gli studenti delle scuole e delle università, è una potenzialità immensa. Detto questo rimangono alcune criticità. Quelle cioè legate alla mancanza di risorse finanziarie e di infrastrutture, il cosiddetto “digital divide”: in alcuni Paesi in via di sviluppo la connettività è debolissima e l’hardware si riduce a veri e propri reperti archeologici, in confronto agli standard occidentali. Tanti confratelli lavorano con modem lentissimi, a 56 Kbyte/s nella migliore delle ipotesi, per non parlare dei computer: in alcune missioni ho visto Pentium 75 con 16 Mbyte di Ram. In queste condizioni si accede ancora alla Rete Internet come avveniva in Italia negli anni ‘90. Detto questo però, però, la Rete resta una grande opportunità. Pensiamo solo a cosa significhi la posta elettronica e, laddove le circostanze lo consentono, la possibilità di navigare. In Africa, alcuni missionari hanno realizzato dei portali con servizio autonomo di housing comprendente server e connessione Web. Il contesto però è di estrema difficoltà e arretratezza, nel continente africano, ad esempio, la Rete è ancora un lusso: basti pensare che gli host hanno superato il milione solo nel 2006. Come dicevo, i segnali positivi ci sono, nei successivi due anni, il numero è praticamente raddoppiato e nel 2009 è proseguita una forte crescita, ma ancora oggi l’Africa conta per meno del 3-4 per cento dell’attività “on line” nel mondo. Un discreto interesse ha suscitato tra i missionari il progetto “One Laptop Per Child” lanciato nel 2005 da Nicholas Negroponte, che mira a distribuire computer portatili nei paesi africani. Il primo Paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati centomila. Ogni laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale, il che nei Paesi in via di sviluppo ha un’estrema importanza: solo in Nigeria, ad esempio, ci sono ben 320 lingue ufficiali. Ma soprattutto questo computer, nonostante le notevoli difficoltà di connessione, consente ai bambini di entrare a contatto diretto con alcune fonti di formazione, la Rete li rende protagonisti dei loro processi di apprendimento.

Naturalmente, la problematica dei costi non riguarda però esclusivamente l’acquisto del Pc, ma anche quello dei software. Personalmente, ritengo che nell’ambito dell’informatica il paradigma tecnologico più sostenibile sia quello legato ai cosiddetti Free/Libre/Open Source Software (FLOSS), un termine ibrido che indica contemporaneamente e collettivamente il software libero e quello a sorgente aperto.  Anzi: il modello cooperativo a cui essi fanno riferimento in generale, la possibilità per gli utenti di partecipare attivamente all’innovazione e di personalizzare i software per le diverse esigenze, sono tra i punti di forza di una strategia globale che davvero giovi alla causa dello sviluppo. Attualmente, alcune Ong si stanno occupando di questi temi con grande impegno e buona volontà, anche se molto spesso, purtroppo, mancano dell’imprescindibile supporto tecnico e finanziario.

Una cosa è certa: il contributo che la presenza dei missionari può dare a Internet è molteplice; anche se la cybersocietà è ancora tutta da esplorare e il deterioramento dei rapporti personali e sociali è sempre un rischio connesso alla sua evoluzione. I missionari possono innanzitutto esercitare un’azione educativa sugli utenti, promuovendo responsabilità e fiducia.  Da questo punto di vista, il cammino è però ancora lungo… Infatti, il mondo cattolico (e dunque anche missionario) in questi anni è entrato nel cyberspazio con una logica troppo congregazionale o parrocchiale. Quasi tutti gli istituti religiosi hanno allestito i loro portali, offrendo una quantità di informazioni che però raramente vengono organizzate in un sistema coerente. E il navigatore rischia di confondersi di fronte a un mero elenco di indirizzi Web indicizzati dai motori di ricerca, di scorrerli meccanicamente. Usando un linguaggio teologico, potremmo scrivere, senza esagerare, che Internet va “evangelizzato”, affinché rispetti e promuova sia l’interesse della fraternità universale, della “comunità”, sia quello dei valori e della “persona”.  Come già scritto a caratteri cubitali in questo Blog, occorre investire, in risorse umane e finanziarie, per implementare questa nuova dimensione. Per carità: si può vivere anche senza cellulare. Ma i modelli e i paradigmi odierni sono qualcosa d’ineluttabile, come le forme espressive e i linguaggi che fanno parte del “modus vivendi” delle nuove generazioni. Ciò che conta è farne un uso intelligente, proteso all’edificazione del bene comune. Per la Chiesa e per chi porta nel mondo la Parola del Signore è un dovere non trascurare l’aiuto che lo sviluppo delle tecnologie può offrire. Buon Convegno a tutti!

 

Diario di una Missione, l’Africa che sorride

martedì, marzo 2nd, 2010

In che maniera comunicano oggi i missionari  dalle periferie del mondo? L’interrogativo è legittimo per coloro che hanno a cuore la causa del Regno di Dio. In una società digitale trasmettere con il cuore e con la mente la passione per la Missione deve essere davvero un imperativo, un segno della fattiva cooperazione tra Nord e Sud del mondo, tra le giovani Chiese e quelle di antica data come la nostra.

Padre Ivo ed il piccolo Ivo IV

Padre Ivo con in braccio un bimbo che porta il suo stesso nome

A questo proposito vorrei segnalare ai lettori di “Missionari Digitali” un’esperienza interessantissima, il Diario digitale di don Ivo, missionario fidei domum originario della diocesi di Foggia-Bovino, impegnato nel servizio “Ad Gentes” a Bigene, nella diocesi di Bissau, in Guinea-Bissau. Un blog articolato, ricco di informazioni e di spunti,  immagini, video… E la “comunicazione digitale multimediale” è sul blog di Padre Ivo nello spazio “Missione è festa”.  Sono pagine appassionanti che vanno ben al di là della solita prospettiva paternalistica tipica di certa beneficenza strappalacrime. Intendo dire quella “carità pelosa” per cui noi “occidentali” dobbiamo sempre e comunque sentirci benefattori di fronte a tanta umanità dolente. Dalla tastiera di don Ivo scaturisce un messaggio di ben altro spessore, una “Buona Notizia” dalla quale emerge un rispetto incondizionato nei confronti di un popolo dimenticato da tutto e da tutti.

Date un’occhiata qui, al “diario di una missione” e comprenderete davvero che l’evangelizzazione non consiste solo nel “dare” ma anche nel “saper ricevere”. Ed Internet, da questo punto di vista, è davvero provvidenziale!

Il linguaggio digitale

sabato, febbraio 20th, 2010

Essere bravi cristiani significa saper comunicare la Parola Forte di Dio. Purtroppo nella società digitale dobbiamo riconoscere che vi sono alcune difficoltà legate al linguaggio. Non tanto perché manchino storie di santità da raccontare alla gente, quanto piuttosto per la mancanza di modalità espressive adeguate all’era digitale. La posta in gioco è alta perché rischiamo di non raggiungere un segmento importante del futuro della società: i giovani. A pensarci bene, si tratta di un problema che riguarda tutte le agenzie educative (incluse le nostre parrocchie).   A titolo di esempio vi offro due immagini, tratte da una presentazione Power Point di una tesina di maturità elaborata da un ragazzo di Roma, figlio di miei amici carissimi. Da notare che in calce sono riportati i suoi appunti personali.

Giorgio (questo è il suo nome) commenta la traccia del tema assegnato dal Ministero, sul linguaggio dei giovani. Credo siano immagini piuttosto “auto esplicative” sia di come oggi molti educatori vivano anni luce distanti dalle nuove generazioni, sia di come i ragazzi percepiscano la comunicazione nell’era digitale. Noi Missionari siamo i primi a dire che bisogna conoscere la lingua locale, scritta e parlata, prima di iniziare a svolgere il proprio ministero in terre lontane. Teniamo presente questo principio anche quando siamo in  Rete!

Prendiamo come esempio finale dell’evoluzione culturale la traccia della prova scritta di quest’anno Il “digital immigrant” che ha scritto quella traccia l’ha chiamata “impersonale”: non conosce veramente la nostra scrittura! e’ molto piu’ personale oggi di quella di 10 anni fa!

Scriviamo molto piu’ delle generazioni precedenti, semmai abbiamo recuperato la scrittura, che era stata quasi cancellata dall’uso telefono e della macchina da scrivere.

A proposito della MISNA…

venerdì, febbraio 19th, 2010

Cari amici, oggi vorrei condividere con voi alcuni pensieri sull’avventura della Missionary Service News Agency (MISNA), una delle esperienze più avvincenti della mia vita. Un progetto editoriale che ha rappresentato la declinazione della nuova era digitale applicata al mondo missionario. Un modo concreto, nel nome di Dio, “per dare voce a chi non ha voce”. Ecco perché raccontare la storia di questa agenzia d’informazione missionaria – per come è andata veramente, intendo – potrebbe servire da stimolo e aiutare altri a seguirne i passi e magari a fare ancora meglio. MISNA nasce dal basso, come Google, Amazon, come tutte le grandi idee della rete: un pugno di “carbonari” fortemente motivato, a dispetto degli scettici. Era il 1997. In Italia Windows 95 era arrivato a ottobre di due anni prima. Mi vengono in mente le parole di Nicholas Negroponte già citate nei giorni scorsi su questo blog riguardo all’innovazione : “essere innovativi è il contrario di quello che i genitori di solito si aspettano dai figli, di quel che la maggior parte dei dirigenti spera per la propria azienda e di quel che i capi di Stato si augurano per i loro Paesi. E gli innovatori sono per lo più insopportabili…”. In queste parole del “profeta della rete” mi sembra di poter cogliere un frammento del Dna della MISNA ed uno dei tratti fisiognomici salienti manifestatisi nel suo primo quinquennio di vita. Contraddizioni, indisciplina, caos, crescita tumultuosa, riconoscimenti come il “Saint Vincent” e prese di posizione negative anche da ambienti vicini (a volte gridate ma per lo più silenziosamente corrosive), amata da alcuni e ritenuta insopportabile da molti altri: almeno tutto questo di sicuro c’è stato. Se ne può ricavare anche che c’è stata di sicuro innovazione? Credo davvero di sì, amici miei, nella consapevolezza che mai come oggi è necessario ricercare percorsi innovativi nell’ambito della comunicazione in chiave Ad Gentes. Ma andiamo con ordine per ricostruire il contesto nel quale è nata la MISNA. In occasione del Secondo convegno missionario nazionale di Verona, a settembre del 1990, si avvertì l’esigenza di metter su un’agenzia giornalistica missionaria intercongregazionale, che potesse lanciare in tempo reale le notizie sui Paesi del Sud. A quei tempi, mancando il supporto digitale, si pensava a un ufficio stampa in grado di trasmettere via fax comunicati ai mezzi d’informazione, a cadenza settimanale o addirittura quotidiana. Sta di fatto che le buone intenzioni rimasero tali per diverso tempo; alcune precedenti esperienze erano apparse eccessivamente onerose perché le uniche fonti di entrata erano gli abbonamenti (scarsi o quantomeno insufficienti a coprire i costi) a un bollettino che conteneva i vari dispacci, spedito mensilmente ai lettori. Come avrete capito lo scenario non era dei più favorevoli. Per certi versi giustificato lo scetticismo che nella primavera del 1997 incontrò il progetto MISNA, redatto dal sottoscritto su suggerimento di Eason Jordan, figura storica della CNN International. L’idea, che si sarebbe rivelata vincente, consisteva nel creare un network di fonti missionarie e del volontariato, disseminate nel Sud del mondo per raccontare quanto accadeva nelle periferie del villaggio globale. A ripensarci, leggendo certa recente altisonante propaganda sui successi della MISNA, mi suona come la storia della fondazione di Roma, riscritta! E sì, perché quando sono partito con questo progetto avevo soltanto un computer collegato alla rete attraverso una linea mononumerica, bicanale. Poi tanta fatica, tante notti insonni, i primi acciacchi. Ma la Provvidenza si affaccia e … nasce MISNA.

La prima redazione della MISNA

Un atto d’Amore e il tempo mi diede ragione. Trascorsi un paio di mesi dall’inizio dell’attività giornalistica, il professor Sergio Pillon, che aveva creato il supporto Web dell’agenzia, mi regalò due computer e fece installare un software formato personale. Insomma, tentammo d’inventare il possibile perché a quei tempi, essendo gli accessi Internet ancora una rarità, erano pochi i missionari (superiori inclusi) che potevano consultare la MISNA “on line”. Con i finanziamenti che avevamo non avremmo neppure potuto pagare l’affitto di un box per l’automobile. McLink, il primo provider di Internet italiano ci regalò la connettività e la banda; io dormivo su un’amaca appesa ai muri della redazione allestita nel seminterrato della casa dei comboniani a Roma.

L'amaca della MISNA

È una storia che ho raccontato nel mio libro “Il Mondo Capovolto” (Einaudi, Torino 2003), nel capitolo “La nascita di MISNA”. Poi, a poco a poco, sono arrivati i primi finanziamenti del mondo missionario. Negli anni naturalmente molte cose sono cambiate, ma ritengo che oggi sia necessario operare un sano-fisiologico discernimento, soprattutto guardando al futuro. Sebbene la nascita di questa agenzia abbia rappresentato una tappa importante sul cammino dell’informazione missionaria, la sua storia costituisce anche la cartina al tornasole di una realtà, quella dell’editoria missionaria, ancora perfettibile. Anzitutto occorre rinnovare l’impegno a mantenere alti gli standard di qualità, valorizzando la professionalità dei laici. La loro presenza costante nelle redazioni è una garanzia di continuità per tutte le testate che, com’è noto, sono sottoposte solitamente ogni quattro, cinque anni all’avvicendamento dei “direttori- missionari”. Vi è poi l’aspetto economico che troppo spesso risponde a uno spirito di beneficenza, piuttosto che affrontato dagli editori di riferimento (gli istituti missionari) come si farebbe in una vera e propria azienda. Occorre pertanto investire risorse, con un’attenzione al delicato rapporto costi-benefici, che esige un’azione tipica delle imprese no-profit: riconciliare la diffusione del prodotto mediatico con la sfera dei valori. Questa è naturalmente l’ambizione su cui giurano tutte le iniziative editoriali. Ma la realtà è diversa.

Il primo sito della MISNA

Come tenere fede allora a quell’ambizione? È possibile soltanto attraverso una fattiva comunione del mondo missionario sia con le chiese locali sia nelle relazioni tra gli stessi istituti Ad Gentes. L’eccesso di “auto-referenzialità” è una pericolosa miopia che indebolisce la visione d’insieme e penalizza la capacità di progetto intercongregazionale. Per concludere è lecito chiedersi se vi sia una via che possa essere percorsa da tutto il mondo dei media. Oggi più che mai è necessario sollevare la questione etica nel mondo dei mezzi di comunicazione, affinché sia data voce alla gente. Di certo è una sfida che non può essere disattesa nel suo complesso dalla Chiesa italiana, per il bene della missione.

Internet e l’accelerazione del tempo…

sabato, febbraio 13th, 2010

“L’innovazione è inefficiente. Più spesso che no, è indisciplinata,  all’opposizione, iconoclasta, e si nutre di confusione e contraddizioni. In sintesi, essere innovativi è il contrario di quello i genitori di solito si aspettano dai figli, di quel che la maggior parte dei dirigenti spera per la propria azienda e di quel che i capi di Stato si augurano per i loro Paesi. E gli innovatori sono per lo più insopportabili. Ma senza innovazione siamo tutti condannati al declino: per noia e monotonia”. In queste parole del “profeta della rete” Nicholas Negroponte, fondatore del Media Lab dell’M.I.T (Massachusetts Institute of Technology), mi sembra di poter cogliere una forte provocazione dal punto di vista missionario. Qualcuno penserà che sto esagerando. Provo allora a spiegarmi meglio. Sono nato nel 1959 e quando andavo a scuola alle elementari ricordo che il maestro pretendeva che noi studenti avessimo sempre nella cartella la carta assorbente. E sì perché in classe si usava la penna stilografica e con la carta di cui sopra si poteva rimediare alle sbavature d’inchiostro sui quaderni. D’allora il mondo è profondamente cambiato sul piano economico, sociale, lavorativo, politico, istituzionale: per scrivere oggi si usa il computer e le lettere sono state sostituite dalle mail elettroniche. E queste mutazioni hanno avuto rilevanti ripercussioni sulla vita delle persone, sul loro modo di pensare, sulla famiglia, sulla rappresentanza e sulle relazioni sociali e personali. Il tempo stesso delle lancette, quello del “dio Kronos”, secondo i guru del digitale, ha subito un’accelerazione: un anno Internet equivale a tre mesi solari; e un anno solare corrisponde a quattro anni internet, a riprova che tutto oggi sta schizzando via alla vertiginosa velocità della luce. Del resto, i cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi sessant’anni non si sono verificati in migliaia di anni di storia. Da questo punto di vista, come cristiani, non possiamo stare alla finestra a guardare. D’accordo, alla prova dei fatti, la tecnologia non è mai neutra, ma porta sempre con sé delle fortissime conseguenze nel modus vivendi della gente. Ma proprio per questa ragione a noi viene chiesto di fare tesoro delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie affinché siano utilizzate per rendere il mondo migliore. La telematica e l’informazione, come più in generale la rivoluzione digitale, possono esercitare un ruolo positivo se utilizzate a favore dell’uomo nel sostegno dei poveri e nella diffusione del Vangelo. Sta a noi non rimanere semplici comparse.

Missione e alfabetizzazione digitale

mercoledì, febbraio 10th, 2010

Si parla spesso di missione digitale, ma in che modo è davvero possibile evangelizzare Internet? L’esperienza mi ha insegnato che molto dipenderà dall’impegno delle nostre comunità nell’acquisire l’alfabetizzazione necessaria a capire la  filosofia digitale. E sebbene rispetto agli anni ‘90 siano stati compiuti progressi significativi, la strada è ancora molto lunga e impegnativa. Si stenta infatti ancora oggi a capire che Internet non è di per sé un’agenzia di stampa né un’enorme bacheca planetaria, né tanto meno una biblioteca informatica. Pretendere di ridurre la rete a queste schematizzazioni non solo è riduttivo, ma rischia di pregiudicare un grande spazio di libera espressione utile ad abbattere il muro d’ignoranza e d’indifferenza rispetto ai valori del Regno, fraternità universale in primis. Cerchiamo allora di andare un pò in ordine nel nostro ragionamento.

L’equazione Internet = Americaonline + Microsoft + Telecom… è fasulla perché equivarrebbe a considerare una città come Roma un semplice agglomerato di abitazioni e infrastrutture. La rete siamo noi, come ogni metropoli è innanzitutto e soprattutto un insieme di persone che interagiscono tra loro. Londra, New York, Nairobi… se fossero disabitate non sarebbero più città, ma al massimo un insieme di cemento, ferro e quant’altro. Si tratta dunque di scendere in campo per appropriarci di una realtà che appartiene agli utenti prima ancora che ai gestori di rete. Il mondo cattolico è entrato in questi anni nel cyberspazio  con una logica molto congregazionale o parrocchiale che dir si voglia. Un pò tutti gli istituti religiosi hanno allestito le loro finestre offrendo un subisso d’informazioni che  purtroppo solo a fatica vengono incanalate in un sistema coagulante. Esse sono disorganizzate e la mente del navigatore si confonde di fronte alla marea di indirizzi Web che i motori di ricerca elencano meccanicamente. Abbiamo dunque bisogno di un intermediario tra l’utente e la funzionalità di rete.

Usando un linguaggio teologico, potremmo scrivere, senza esagerare, che Internet va “evangelizzato” nell’interesse della fraternità universale (comunità) e dei valori (persona). E non si tratta solo di realizzare soltanto una maggiore comunione tra coloro che la pensano come noi; andrebbe potenziato e valorizzato, per esempio, anche l’aspetto della formazione.  Chi mai si sognerebbe di utilizzare un aereo  per recarsi sotto casa a prendere il caffé? Eppure, se si guarda al modo in cui spesso vengono usati il cyberspazio e i cyberstrumenti disponibili è evidente che molti continuano a  sottostimare enormemente le potenzialità della rete. Deve essere chiaro che occorre investire, in risorse umane e finanziarie per sfruttare quel che questa nuova dimensione del comunicare ci offre soprattutto se davvero si vogliono amplificare i messaggi di solidarietà. Chi opera nella cooperazione allo sviluppo, nelle organizzazioni per la difesa dei diritti umani e nelle istituzioni missionarie non può improvvisare. Non basta  disporre della connettività o conoscere i sistemi operativi; è indispensabile possedere la complessa materia della filosofia digitale prima di qualunque altra cosa. Se fino a ieri ragionavamo utilizzando gli “atomi” (libri, giornali, riviste…), oggi dobbiamo capire che sono i “bit” a farla da padrone. E mentre i primi, presi a grappoli, pesano e ingombrano, i secondi  trasferiscono, alla velocità della luce, tonnellate di dati.

Ma attenzione. Internet non è una gallina dalle uova d’oro, ragion per cui è importante stare in guardia ed essere ben informati sui mille nuovi modi d’essere abbindolati dai mercenari della rete che tentano sempre di rifilarci un computer più moderno e più potente, un software inutile e complicato, un ulteriore gadget assolutamente pleonastico. Le case produttrici hanno un solo interesse: vendere. È dunque assolutamente necessario difendersi di fronte alle aggressioni del mercato. Come è altrettanto necessario porsi di fronte  alla rete con saggezza. Per carità, i i social Network sono diventati sempre più usati in tutto il mondo con Facebook che sembra avviato a diventare un servizio irrinunciabile per tante persone, con Twitter utilizzato per diffondere notizie anche da luoghi inaccessibili come l’Iran, ed altri siti molto utilizzati nel mondo come  Plaxo e Linkedin. E che cosa dire di Google Buzz appena nato?

Goggle Buzz, il nuovo social network di Google

Detto questo è comunque importante rammentare che la telematica è un mezzo che può fare del bene, a condizione che vi sia una cultura che ne anima e ne motiva l’utilizzo. Accedere per esempio alla rete  solo per prelevare programmi musicali, giochi e altre carabattole, senza  impostare mai alcuno scambio comunicativo intelligente, in termini di cyberspazio può essere considerato quasi un peccato mortale. Vagare senza meta, alla deriva di sito in sito, in maniera casuale, può ugualmente diventare un vizio. E non parlo solo di “certi siti” che , secondo le statistiche di Internet, rappresentano ancora oggi, purtroppo, il grosso del traffico…  E a proposto di statistiche mi viene in mente quello che diceva Benjamin Disraeli, che si conquistò fama non solo come primo ministro britannico, ma anche come autore di epigrammi: altro non sono che un tipo di bugie. Quelle relative alla diffusione di Internet e al suo effettivo utilizzo, pur tenendo conto dei dati meticolosamente e meritevolmente raccolti da società esperte come Computerscope, Nielsen, Global Reach, fanno correre il rischio di allungamenti del naso tali da far impallidire quelli già record che Benigni ha imposto al suo Pinocchio. Scherzi a parte la valutazione del numero degli utenti di Internet in tutto il mondo costituisce una disciplina ancora molto perfettibile nel senso che le sue cifre – frutto di studi, sondaggi e ricerche – costituiscono soltanto una “stima ragionata” del cybermondo, a significare che non si deve intendere per utilizzatore di Internet un abbonato ma semplicemente chi ha o ha avuto accesso alla rete.

I dati sono frutto anche di calcoli statistici induttivi e deduttivi, visto che di solito ogni abbonamento (Internet Account) viene valutato come equivalente a tre “internettisti”. Pur con tutte queste cautele, sembra proprio certo che il pubblico delle reti sociali abbia superato quello delle e-mail: 301 milioni di utenti contro 276 milioni. Un risultato confortante anche per noi religiosi che crediamo nel valore della persona creata a immagine e somiglianza di Dio.

“Cliccate e vi sarà aperto!”

lunedì, febbraio 8th, 2010

Molte sono le ragioni per ritenere positiva la decisione di essere presenti come Chiesa in Internet, anche se la cybersocietà è ancora tutta da esplorare e il deterioramento dei rapporti sociali tradizionali è pur sempre un rischio. In questa prospettiva, la Rete fa sì che vi sia spazio per il bene e per il male senza distinzione, rimandando alla maturità del navigatore la scelta di accostarsi a siti diversi. Al momento infatti non mi pare vi sia ancora alcuna intenzione politica di regolare le cose più di tanto nella “melting pot internettiana”. E credo comunque che sarà difficile esercitare una vera e propria azione di governo come sognano molti educatori tradizionali. Stiamo parlando di una realtà, quella internettiana, che comunque al di là dei servizi che essa può offrire, è “Terra di Missione”. Da questo punto di vista, ritengo sia necessario esercitare un’azione educativa sugli utenti, promuovendo responsabilità e fiducia. Infatti uno degli errori che viene commesso frequentemente da coloro che si accostano alla Rete con un background culturale “pre-digitale”, è quello di considerarla come “un momento a sé stante” dell’esistenza umana. Sì, quasi vi fosse da una parte la vita “reale” e dall’altra quella “virtuale”, sancendo una distinzione tra due distinte realtà. Per carità si può anche vivere senza cellulare, ma i modelli e i paradigmi odierni sono un qualcosa d’ineluttabile, forme espressive, linguaggi che fanno parte del “modus vivendi” delle nuove generazioni, come anche di quelle più attardate. Per i giovani delle nostre parrocchie, come anche per i loro genitori, esiste solo una “Vita” che è “iperconnessa”, con il telefono e gli sms, con la posta elettronica e con il Web. Ciò che conta è farne un uso intelligente, proteso all’edificazione del bene comune. D’altronde, secondo la strategia di Bill Gates, le cosiddette “information highways”, le cosiddette autostrade dell’informatica e dell’informazione, non sono solo il sistema nervoso digitale di questa o quell’azienda, ma anche il sistema nevralgico del “no-profit”, nelle caratteristiche di economicità ed ubiquità del network. Lo stesso vale anche per il mondo missionario che ha iniziato ad utilizzare Internet prima di molte categorie sociali, addirittura nella prima metà degli anni ‘90, testimoniando il Vangelo. L’importante è capire che dietro ogni computer c’è sempre una persona alla quale dovremmo offrire fiducia e sostegno, annunciando la Buona Notizia. E allora “cliccate e vi sarà aperto!”

A proposito del Digital Divide…

venerdì, febbraio 5th, 2010

In questi anni mi è capitato numerose volte di viaggiare in lungo e in largo nel continente africano. E nonostante i progressi che ho riscontrato in diversi Paesi rispetto al passato,  mi sono trovato spesso in difficoltà a comunicare per la mancanza di un accesso soddisfacente ad Internet. Tutta colpa del “Digital Divide”, fenomeno sintomatico del divario tra il Nord e il Sud del Mondo. Dico subito che ritengo forviante pensare che portando un computer in ogni capanna i problemi della povera gente possano essere considerati risolti. Sicuramente le nuove tecnologie, se organicamente introdotte, potrebbero, in tempi e modi adeguati, diventare uno strumento di sviluppo e conoscenza; ma il cammino è molto lungo e tutto in salita. A questo proposito condividere con i lettori di questo blog due brevissime considerazioni. La prima riguarda l’uso delle tecnologie che, dal mio punto di vista,  non dovrebbe servire a creare dei bisogni indotti in questi Paesi (connettività ultraveloce, computer sempre più potenti….), ma a farli sentire in grado di definire e realizzare uno sviluppo tecnico adeguato alle loro reali esigenze. Personalmente ritengo che nell’ambito dell’informatica – ed è questo il secondo punto – il paradigma tecnologico più sostenibile sia quello legato ai cosiddetti “free software”.  Infatti la possibilità per gli utenti di partecipare attivamente all’innovazione, la possibilità di personalizzare per le diverse esigenze i software, e più in generale il modello cooperativo a cui fanno riferimento i “free software”, sono alcuni dei punti di forza di una strategia globale che potrebbe giovare alla causa dello sviluppo. Attualmente vi sono alcune Ong che si stanno occupando di questi temi con grande serietà e interesse, anche se poi molto spesso, ahinoi, mancano di quel supporto tecnico e finanziario da cui non si può prescindere per ogni serio ragionamento in questa materia. Come giustamente rileva Giulio Carcani, grande esperto nelle problematiche inerenti al Digital Divide, “il problema più difficile a oggi sembra essere quello di far incontrare l’esperienza pluriennale nei progetti di cooperazione delle Ong con l’importante bagaglio tecnico della comunità ‘free software’. Se questi due mondi riusciranno ad incontrarsi su dei progetti specifici e a far tesoro reciprocamente l’uno delle esperienze dell’altro, forse si potrà iniziare a vedere un futuro meno cupo per il Digital Divide, destinato altrimenti a diventare un nuovo e micidiale strumento di colonizzazione”.

http://web.peacelink.it/dossier/divide/dossier.pdf