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Pensieri sparsi dopo il Convegno, “istruzioni per l’uso”

domenica, aprile 25th, 2010

La “barca della Chiesa” non ha paura ed è pronta a “prendere il largo nel mare digitale”, nuovo confine del Terzo Millennio, ma senza alcuna “fiducia acritica” nei nuovi media, e stando ben attenta a contrastare i rischi che può comportare un mezzo “senza volto”, in cui la dignità della persona può essere facilmente misconosciuta e calpestata. Mi pare che questo, in sostanza, sia il messaggio forte che Benedetto XVI ha formulato ai partecipanti al convegno ecclesiale “Testimoni digitali” che si è concluso sabato scorso, riscuotendo grande successo.

Personalmente ho seguito i lavori, in parte attraverso il collegamento via Internet, ma anche seguendo dal vivo, in sala, gli interventi dei vari relatori. Ecco che allora sento il desiderio di condividere con i lettori di questo Blog alcune considerazioni emerse anche dal confronto diretto con i partecipanti.

Vi è anzitutto un quesito di fondo al quale credo dovremmo rispondere: possiamo ancora considerare il digitale un “Media”? In effetti, come mi ha fatto notare il professor Sergio Pillon che ha partecipato attivamente  alla riflessione su “Testimoni Digitali” grazie proprio a questo Blog, “andare in banca da casa – il cosiddetto home banking, come molti fanno – non è solo ‘comunicazione’; inviare la denuncia dei redditi per Internet o all’INPS un certificato, è molto di più. Questi sono solo alcuni segni di un profondissimo cambiamento del nostro ‘modus vivendi’. Parlare in termini di ‘Era Digitale’ – saranno un giorno gli storici a definirla meglio – ha cambiato e continua a cambiare il nostro mondo più di quanto non abbia fatto l’invenzione della macchina e vapore”. Come dargli torto? Chi usa più la fotocamera con la pellicola oggi? Chi non è capace di inviare gli SMS? E la posta elettronica? Ciò che intendo dire, e che mi auguro sia ormai chiaro dopo il convegno di questi giorni, è che il sistema “Digitale” ha generato una nuova dimensione esistenziale, tutta da scoprire. E il vero problema è che noi cattolici, da questo punto di vista, abbiamo ancora molta strada da fare.

Proprio durante il convegno, Pillon mi ha posto questa domanda: “E se chiedessi ai partecipanti in questa sala se tra loro c’è qualcuno che ha mai rubato in un negozio, probabilmente tutti mi guarderebbero come un pazzo. Ma hanno tutti sorriso quando si è parlato di Emule, il programma più usato per accedere, senza pagare, a materiale protetto da copyright. Sì, quasi fosse una furbata di qualche pirata, ma niente di più”. Questo a significare che la “morale internettiana” deve affrontare questioni comportamentali sulle quali forse dovremmo esprimerci come cattolici per il bene delle giovani generazioni.  E cosa dire dell’enorme traffico nella Rete legato alla pornografia? Oggi sorridiamo di un ragazzo che entra nel computer della sala professori e copia le tracce dei compiti in classe – in gergo si dice che lo ha “craccato” - ma se avesse “craccato” la porta della sala degli insegnanti ed il cassetto in cui erano custodite le tracce, nessun genitore avrebbe sorriso. Questi naturalmente sono solo alcuni degli esempi del “lato oscuro” della Rete, che devono essere ancora decifrati e affrontati.

Quando eravamo ragazzi, i nostri genitori ci hanno insegnato che per attraversare la strada si deve passare sulle strisce; ma oggi chi insegna le “regole diglitali” alle nuove generazioni? La Chiesa credo che debba prendere coscienza sempre di più della necessità di operare un sano discernimento per distinguere nella Rete il grano buono dalla zizzania. Sono I “nativi digitali” (quelli nati nel bel mezzo di questa rivoluzione digitale) a chiederlo a noi, “immigrati digitali” (nati prima dell’avvento di Internet), per poter filtrare un immenso oceano di informazioni, cercando di cogliere la linea di demarcazione tra il “Bene” e il “Male”.

E che dire dell’oracolo googoliano? La salute, la famiglia, la legge, la fede… tutto viene chiesto all’oracolo dell’Era digitale: il motore di ricerca. Un esempio ci viene da un video, realizzato con il contenuto del profilo delle domande poste al motore di ricerca di un utente di america on line, “rubato” e divenuto pubblico: “I love Alaska”. Oggi si cerca sulla Rete  tutto e l’oracolo suggerisce. Il primo pensiero è che si tratta di uno straordinario strumento di conoscenza della realtà; ma poi mi pongo il problema su come utilizzare questo magma di informazioni.  Ecco che allora è necessario richiedere uno sforzo non indifferente a tutte le agenzie educative,  Chiesa in primis, affinché si possa attuare il discernimento di cui sopra. Qualcosa si sta facendo, ma non basta.

Ed il Sud del mondo? La Rete, l’abbiamo scritto tante volte su questo Blog, rappresenta una fantastica opportunità per fare un grandissimo balzo nel campo dell’evangelizzazione, del lavoro, dello studio, del sociale…  più in generale nelle periferie del villaggio globale ( Africa, America Latina, Asia e Oceania). E i nostri missionari ne sanno davvro qualcosa!

Vi è poi la questione ambientale. Mi spiego:“custodire il creato” significa anche spostare le informazioni invece delle persone. Non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore. E la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, un’informatica ecologicamente sostenibile. Ma anche in questo campo, la riflessione deve essere realistica e come empre ispirata al Magistero Sociale della Chiesa.

Per concludere, ritengo che occorra definire “urgentemente” una strategia d’intervento sul “Digitale”. Un’azione articolata, certamente complessa e impegnativa, che coinvolga tutte, davvero tutte, le anime della Chiesa: dalla missione alla comunicazione, dall’educazione scolastica al catechismo, fino al volontariato sociale (i disabili,  per esempio… che strumento provvidenziale è per loro il digitale… ma di quanto aiuto hanno bisogno per usarlo!).  Un’ operazione culturale ed educativa, rivolta alle famiglie, ai ragazzi, agli anziani, ai sacerdoti e ai catechisti. Insomma, dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile – è solo una proposta – che la Cei (Conferenza episcopale italiana) elaborasse un documento sull’era Digitale . Servono urgentemente “Istruzioni per l’uso”. Dulcis in fundo, come missionario, lo confesso, mi sarei aspettato che, durante i lavori del convegno, fosse  dato un po’ di spazio anche al contributo che il mondo missionario, da sempre, testimonia nei nuovi mondi, oggi nella Rete. Sarà certamente per la prossima volta.

A proposito della nube tossica internettiana…

mercoledì, marzo 31st, 2010

Make IT Green” è l’ultimo rapporto di Greenpeace che prende di mira le emissioni nocive per l’ambiente generate dal funzionamento dei server dedicati alle operazioni di stoccaggio su Internet. Sono certo che qualcuno, tra i lettori di questo Blog, potrebbe pensare ad uno scherzo, visto e considerato che domani è il giorno del fantomatico “Pesce d’Aprile”.

In effetti la questione sollevata dagli ambientalisti non è assolutamente campata in aria, considerando che oggi la sempre più capillare copertura della banda larga, sta di fatto gradualmente spingendo  gli utenti ad abbandonare la consuetudine di salvare tutti i dati sul proprio Hard Disk, per destinarli invece ai server messi a disposizione dalla Rete. A questo proposito Greenpeace lancia l’allarme “cloud computing”: si tratta di una sorta di nube di informazioni digitali che causerebbe un innalzamento delle emissioni con effetto inquinante su scala planetaria.

Insomma la consuetudine, ormai diffusa, di salvare i propri dati sui server dei colossi internettiani non aiuta la lotta al cambiamento climatico. Da rilevare, comunque, che sotto accusa sarebbero anche gli smartphones e i tablets come l’Ipad, che avrebbero aumentato a dismisura il traffico in Rete e quindi l’accumulo d’informazioni. Sempre stando alla denuncia di Greenpeace, i server incriminati verrebbero alimentati principalmente a carbone, come nel caso di quelli di Facebook. Il colosso dei social-network è accusato di aver realizzato un gigantesco “data center” a Prineville, nell’Oregon (Usa), per il quale l’azienda di Mark Zuckerberg ha optato per l’economico, abbondante, ma altamente inquinante minerale. Le cifre diffuse da Greenpeace e rilevate da una ricerca condotta nei mesi scorsi dall’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti sono preoccupanti: il consumo delle apparecchiature, tra server e telecomunicazioni, dedicate a operazioni di cloud computing è cresciuto dal 2007 ad oggi del 300% circa, arrivando a generare consumi superiori a quelli di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme.

Gli ambientalisti naturalmente vorrebbero che i gestori di questi “mega-server” utilizzassero il 100 per cento di energia rinnovabile. Ma questo sarà davvero possibile? Avrete sicuramente intuito, leggendo questo Blog, che il mondo missionario ha un profondo rispetto per le nuove tecnologie, ma come insegna il magistero Sociale della Chiesa vi è anche grande attenzione alla questione ambientale che esige, per essere realizzata, una decisa volontà politica riaffermando il primato della persona umana e del creato sul mercato. Una cosa è certa: se abbiamo l’abitudine di salvare tutto “on line”, cerchiamo di fare la nostra parte evitando che la nube internettiana acuisca le sofferenze del nostro pianeta.  D’altro canto non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore e la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, una informatica ecologicamente sostenibile. Computer a risparmio energetico, componenti più efficienti, sistemi operativi che abbiamo un consumo energetico proporzionato alle esigenze, costruzione degli chassis con materiali riciclati ed infine la cosa più importante: un uso intelligente, che eviti ad esempio di stampare decine di fogli che poi finiscono nel cestino, spegnere il PC quando non serve, evitare di sostituire il palmare od il portatile solo “per moda” alla ricerca di prestazioni che poi rimangono inutilizzate.

Se vi interessa saperne di più sulle posizioni di Greenpeace, date un’occhiata qui: http://www.greenpeace.org/international/press/reports/make-it-green-cloud-computing.

Africa: Internet un’ “arma di istruzione di massa”

sabato, marzo 6th, 2010
Una mappa del traffico sulla rete

Una mappa del traffico della Rete

Sono molti i lettori di questo Blog che mi hanno chiesto se in questi anni, visitando l’Africa, ho rilevato un incremento nell’uso di Internet da parte dei nostri missionari. Non posso che rispondere affermativamente a questa domanda. Ciò avviene in alcuni casi addirittura attraverso l’utilizzo di sistemi satellitari bidirezionali forniti da compagnie specializzate. In questo modo l’accesso si rivela particolarmente vantaggioso grazie ad una serie di servizi estremamente innovativi che vanno dai contenuti multimediali progettati in modo specifico per il multicasting a programmi radio in multicasting nelle lingue locali; dalle applicazioni di telemedicina alla formazione a distanza per lo staff e i servizi di comunicazione; dagli strumenti di e-learning, all’accesso a Internet per gli studenti delle scuole e delle università. Naturalmente non è sempre così. Molto spesso, per la mancanza di risorse finanziarie, sia nelle zone urbane come anche in quelle rurali, la connettività è debolissima in confronto agli standard occidentali, disponendo di reti analogiche e modem in banda fonica lentissimi: nella migliore delle ipotesi 56 Kbyte/s. Per non parlare dei computer che in alcune missioni cattoliche hanno le caratteristiche di veri e propri reperti archeologici digitali: PC Pentium 75 overcloccato a 90 MHz con 16 Mbyte di Ram che collegai alla rete Internet come avveniva in Italia negli anni ’90. Nel complesso la rete è utilizzata per la posta elettronica e laddove le circostanze lo consentono per navigare. Alcune realtà pastorali hanno realizzato dei portali con servizio autonomo di housing (comprendente il server e la connessione alla rete Internet); in altri casi si utilizzano spazi Web e blog gratis direttamente attraverso la Rete. Da un punto di vista continentale, la Rete è comunque ancora un lusso, nonostante vi sia stata in questi anni una sporulazione di “Internet Cafè”, soprattutto nelle città. Basti pensare che l’Africa ha superato il milione di host per la prima volta nel 2006. Nei successivi due anni, il numero è praticamente raddoppiato ed continuata una forte crescita (in percentuale) nel 2009. Ma nonilludiamoci! Ancora oggi infatti l’Africa ha meno del 3 % dell’attività “on line” nel mondo (mentre ha il 14 % della popolazione mondiale) e i suoi (circa) 2.500.000 host sono un numero piccolo rispetto, per esempio, a 150 milioni in Europa, 82 milioni in Asia e 38 milioni nell’America Latina. A ciò si aggiunga il fatto che la maggioranza dei cybernauti utilizza, per mancanza di formazione, i computer al minimo delle loro potenzialità. Un discreto interesse ha suscitato in Africa il piccolo computer portatile del progetto lanciato da Nicholas Negroponte nel 2005 “One Laptop Per Child”, una speranza di cambiamento per le future generazioni. Il primo Paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati 100.000. Ogni Laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale (in Nigeria, ad esempio, ci sono 320 lingue ufficiali) e con 100 libri in memoria. Ma soprattutto questo computer consente ai bambini di entrare a contatto diretto con le fonti di conoscenza, rendendoli protagonisti della loro formazione attraverso modalità di apprendimento che passano sulla Rete. Nelle intenzioni di Negroponte, Internet dovrebbe diventare “arma di istruzione di massa”. Geniale come idea, anche se il suo desiderio è comunque ancora contrastato in Africa dalla mancanza di adeguate infrastrutture a livello di comunicazione.

Dati sull’internet in Africa: http://web.mclink.it/MC8216/dati/africa.htm
Nicholas Negroponte: un piccolo computer per i bambini: http://www.peacelink.it/cybercultura/a/31067.html
Signis: http://www.signis.net/sommaire.php3?lang=en

Internet può renderci stupidi?

domenica, febbraio 28th, 2010

Oggi  ho partecipato ad un incontro con un gruppo di  genitori, alcuni dei quali hanno vissuto diversi anni in Africa come missionari laici. Abbiamo parlato assieme di Internet e uno di loro mi ha confessato che è molto preoccupato perché i suoi due figli stanno sempre inchiodati di fronte al computer per navigare nella Rete.

Non è un mistero che la Rete nel suo complesso possa far perdere una quantità smisurata di tempo e addirittura trasformarsi in una vera e propria droga. E allora, cari amici, dovremmo rifiutare l’utilizzo di questa tecnologia? D’accordo che controllare la posta elettronica tutti i giorni può trasformarsi in una sorta di schiavitù perché la gente si aspetta che rispondiamo subito alle e-mail. Capisco che la navigazione nella “blogosfera” potrebbe distrarci da quello che dovremmo fare, ma tutto questo non deve spaventarci. Quando un bambino attraversa la strada i genitori dovrebbero avergli insegnato che bisogna passare sulle strisce, a significare che un codice di condotta serve sempre e comunque.

Detto questo, guardiamo anche all’altra faccia della medaglia, al fatto cioè che proprio attraverso la Rete possiamo avere accesso ad un numero infinito di servizi per i quali, nel passato, avremmo perso davvero un mucchio di tempo. Ma ciò che trovo davvero avvincente è il fatto che la Rete possa stimolarci ad uscire da una visione ristretta della realtà costituendo un’opportunità per un cambiamento intellettuale e civile. D’accordo in Rete, c’è di tutto, “grano buono” e “zizzania”; l’abbiamo già detto e ridetto in questi giorni su questo blog, ed è per questo che la dimensione educativa è fondamentale.

Sta di fatto che Internet ormai è entrato a far parte della nostra esistenza e dunque sarebbe un gravissimo errore ignorarlo.  Qualcuno ha scritto che di questo passo l’uso della Rete cambierà il nostro cervello a livello neuronale, cognitivo ed emotivo.  http://www.internazionale.it/home/?p=14192 Su questo tema, è bene rammentarlo, la comunità scientifica è divisa. Una quota consistente di ricercatori ritiene che sia troppo presto per esprimere dei giudizi, non foss’altro perché la prima generazione che ha subito l’effetto del digitale ora sta entrando nell’età adulta e non ci sono ancora abbastanza studi scientifici che dimostrino l’entità di questi cambiamenti. Una cosa comunque è certa:  Internet fa crescere l’interdipendenza tra i cervelli, costringendoci a leggere, vedere e constatare che il mondo reale è più grande delle nostre semplificazioni. Inoltre, possiamo anche scrivere e confrontarci, proprio come io sto facendo adesso attraverso questo blog. Un’operazione che un tempo sarebbe stata possibile solo sborsando una valanga di quattrini per acquistare uno spazio sui giornali.

Insomma, con la Rete siamo comunque sempre protesi su un mondo molto più grande di noi, uno straordinario antidoto contro ogni forma di provincialismo. E questo non è poco per noi missionari!