Misuriamo insieme il Digital Divide! Che sorpresa!

marzo 9th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Ieri sera ho avuto una lunga conversazione con il Professor Sergio Pillon sul Digital Divide, prendendo lo spunto dal precedente Post intitolato Africa: Internet un’ “arma di istruzione di massa”, sull’uso di Internet da parte dei missionari, con particolare riferimento alla Rete nel vastissimo continente africano. Il quesito di fondo che ho posto a Pillon, cybernauta di lungo corso, è se esista un modo semplice per visualizzare il Digital Divide a livello planetario. Ecco i passaggi salienti della nostra conversazione, corredata da alcune tabelle originali, sviluppate da Pillon davvero interessanti. In fondo all’intervista il link per poter scaricare il lavoro originale e analizzare i dati a vostro piacimento.

P. Giulio: “Come è possibile  ‘sorvegliare’ su scala mondiale l’andamento del ‘Digital Divide’, trattandosi di un fenomeno complesso e in continuo divenire?”

Pillon: “Da ricercatore sono sempre attratto dai ‘numeri’, che proprio nel caso di Internet vanno valutati con grande cautela. Molto spesso le cifre che si leggono sui giornali fanno sorridere se si valuta il fenomeno dall’interno, stando cioè nella posizione di chi conosce, almeno in massima parte, i meccanismi del sistema Internet”.

P. Giulio: “Cosa vuoi dire con questo? Che le percentuali pubblicate dai giornali sono sbagliate?”

Pillon: “Assolutamente nò! Il discorso è un altro; provo a spiegarmi meglio. Un parametro facile da rilevare è il numero di ‘host’, cioè il numero dei server presenti sulla Rete. Questi sono ‘i luoghi possibili’ da raggiungere; ma si tratta di un rilevamento assolutamente inutile per il nostro scopo. Infatti, volendo trovare una metafora,  non conta tanto l’elenco dei supermercati presenti in una città, ma la misurazione del numero dei clienti che li visitano.

P. Giulio: “E allora? Se il numero degli host non è così indicativo, cosa possiamo fare per avere davvero un’idea reale e non confusa del Digital Divide?”

Pillon: “Ho pensato di attingere a una fonte di dati facile da trovare in Rete, aggiornata e accessibile a tutti i comuni mortali: il libro dei fatti della ‘Central Intelligence Agency’ statunitense, meglio conosciuta con l’acronimo ‘ CIA’, che contiene dati aggiornati sia sulla popolazione mondiale come anche sugli utenti connessi ad Internet. Quest’ ultimo dato è ovviamente il più difficile da rilevare. Non tutte le nazioni usano modalità analoghe di rilevazione: c’è  chi registra chi si è collegato alla Rete anche una sola volta nell’anno e chi invece valuta solo coloro che lo fanno periodicamente. Inoltre sono spesso dati estrapolati per cui ho considerato solo i primi 100 Paesi al mondo per numero di abitanti (per la precisione 104, per una comodità statistica). C’è da considerare comunque che gli enti ‘pubblici’, le istituzioni e altre organizzazioni hanno un volume maggiore di traffico, collegandosi più frequentemente ad Internet per cui è difficile valutare ‘nel dettaglio’. Comunque, dal mio punto di vista, a livello di grandi nazioni e di continenti, i dati sono congrui ed interessanti. Ho messo questi dati in un foglio elettronico, in una tabella con nome della nazione, popolazione, utenti internet, continente, calcolando poi la percentuale di utenti Internet sulla popolazione totale (dal sito della Cia i dati possono essere scaricati anche in formato testo, adatto all’importazione nei fogli elettronici) sviluppato alcuni grafici e modalità di rappresentazione”.

La tabella realizzata con i dati della CIA, ordinata per popolazione

P. Giulio: “Devo dire che è un’idea geniale! Ed è curioso, il Digital Divide è presente all’interno delle stesse nazioni…”

Pillon: “E sì, ad esempio abbiamo Paesi in cui il oltre il 90% della popolazione usa la Rete  (in verde)  e nazioni con lo 0,08%  ( in rosso). Da notare che  l’Italia con il 45% è ben al di sotto della media europea, paesi dell’Est compresi, che hanno invece una percentuale di accesso del 62%. Infine raggruppando i dati di cui sopra abbiamo il Digital Divide dei continenti, dall’8% dell’Africa al 71% dell’Australia-Nuova Zelanda”.

La percentuale della popolazione che si collega ad Internet

P. Giulio: “In tutto questo ragionamento conta comunque il dato percentuale rispetto alla popolazione di ogni continente?”

Pillon: “Esatto. In Asia ad esempio, abita il 50% degli utenti della Rete (che però sono solo il 19% della popolazione del continente), il restante 50% è quasi tutto di Europa e Nord America (38%), con l’Africa all’4% e Sud America all’8%. Anche se ancora pochi in percentuale sulla popolazione l’Asia è ‘il serbatoio’ della Rete!”

La provenienza geografica degli utenti della Rete

P. Giulio: “Volendo allora tentare di tirare una conclusione che vada al di là dei soliti luoghi comuni cosa possiamo dire?”

Pillon: Ho pensato di realizzare attraverso Excel la tabella che tu e i lettori di questo Blog potete vedere: può essere ordinata utilizzando le frecce nell’intestazione a vostro piacimento, per fare in modo che possiate fare le valutazioni che preferite, anche creando nuove letture e nuovi approfondimenti.

Ecco che allora il Digital Divide si rivela in tutta la sua complessità! Nelle prime 100 nazioni del mondo solo il 25% della popolazione ha l’accesso ad Internet! Il continente più “povero” dal punto di vista della Rete è quello africano. Un problema ma anche una grande opportunità per fare un balzo in avanti cambiando la strategia: Internet può essere, come ha detto Negroponte, la vera “arma di istruzione di massa” e di sostegno della futura crescita economica  africana!

L'accesso "continentale" alla Rete

La tabella in formato Excel

Africa: Internet un’ “arma di istruzione di massa”

marzo 6th, 2010 by Padre Giulio Albanese
Una mappa del traffico sulla rete

Una mappa del traffico della Rete

Sono molti i lettori di questo Blog che mi hanno chiesto se in questi anni, visitando l’Africa, ho rilevato un incremento nell’uso di Internet da parte dei nostri missionari. Non posso che rispondere affermativamente a questa domanda. Ciò avviene in alcuni casi addirittura attraverso l’utilizzo di sistemi satellitari bidirezionali forniti da compagnie specializzate. In questo modo l’accesso si rivela particolarmente vantaggioso grazie ad una serie di servizi estremamente innovativi che vanno dai contenuti multimediali progettati in modo specifico per il multicasting a programmi radio in multicasting nelle lingue locali; dalle applicazioni di telemedicina alla formazione a distanza per lo staff e i servizi di comunicazione; dagli strumenti di e-learning, all’accesso a Internet per gli studenti delle scuole e delle università. Naturalmente non è sempre così. Molto spesso, per la mancanza di risorse finanziarie, sia nelle zone urbane come anche in quelle rurali, la connettività è debolissima in confronto agli standard occidentali, disponendo di reti analogiche e modem in banda fonica lentissimi: nella migliore delle ipotesi 56 Kbyte/s. Per non parlare dei computer che in alcune missioni cattoliche hanno le caratteristiche di veri e propri reperti archeologici digitali: PC Pentium 75 overcloccato a 90 MHz con 16 Mbyte di Ram che collegai alla rete Internet come avveniva in Italia negli anni ’90. Nel complesso la rete è utilizzata per la posta elettronica e laddove le circostanze lo consentono per navigare. Alcune realtà pastorali hanno realizzato dei portali con servizio autonomo di housing (comprendente il server e la connessione alla rete Internet); in altri casi si utilizzano spazi Web e blog gratis direttamente attraverso la Rete. Da un punto di vista continentale, la Rete è comunque ancora un lusso, nonostante vi sia stata in questi anni una sporulazione di “Internet Cafè”, soprattutto nelle città. Basti pensare che l’Africa ha superato il milione di host per la prima volta nel 2006. Nei successivi due anni, il numero è praticamente raddoppiato ed continuata una forte crescita (in percentuale) nel 2009. Ma nonilludiamoci! Ancora oggi infatti l’Africa ha meno del 3 % dell’attività “on line” nel mondo (mentre ha il 14 % della popolazione mondiale) e i suoi (circa) 2.500.000 host sono un numero piccolo rispetto, per esempio, a 150 milioni in Europa, 82 milioni in Asia e 38 milioni nell’America Latina. A ciò si aggiunga il fatto che la maggioranza dei cybernauti utilizza, per mancanza di formazione, i computer al minimo delle loro potenzialità. Un discreto interesse ha suscitato in Africa il piccolo computer portatile del progetto lanciato da Nicholas Negroponte nel 2005 “One Laptop Per Child”, una speranza di cambiamento per le future generazioni. Il primo Paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati 100.000. Ogni Laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale (in Nigeria, ad esempio, ci sono 320 lingue ufficiali) e con 100 libri in memoria. Ma soprattutto questo computer consente ai bambini di entrare a contatto diretto con le fonti di conoscenza, rendendoli protagonisti della loro formazione attraverso modalità di apprendimento che passano sulla Rete. Nelle intenzioni di Negroponte, Internet dovrebbe diventare “arma di istruzione di massa”. Geniale come idea, anche se il suo desiderio è comunque ancora contrastato in Africa dalla mancanza di adeguate infrastrutture a livello di comunicazione.

Dati sull’internet in Africa: http://web.mclink.it/MC8216/dati/africa.htm
Nicholas Negroponte: un piccolo computer per i bambini: http://www.peacelink.it/cybercultura/a/31067.html
Signis: http://www.signis.net/sommaire.php3?lang=en

La forza e la debolezza delle Chiese nella Rete Internettiana

marzo 3rd, 2010 by Padre Giulio Albanese

Oggi, navigando in Rete, ho trovato un intervento molto interessante di monsignor Jean-Michel di Falco Léandri, Presidente della Commissione episcopale europea per i media, all’Assemblea plenaria della commissione del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa su “La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa”, pronunciato il 12 novembre scorso. L’ho letto tutto d’un fiato, trovandolo estremamente illuminante  per quanto concerne  il tema generale di questo Blog, la missione evangelizzatrice della Chiesa in Internet. Merita davvero!

«La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa». Sentendo questo tema, mi sono ritornati in mente i tre avvenimenti che hanno sconvolto la vita della nostra Chiesa durante lo scorso inverno. Mi riferisco all’«affare» Williamson, alla scomunica di Recife e alla dichiarazione sul preservativo nell’aereo che portava il Papa in Camerun – è così che i media hanno descritto quegli avvenimenti. Tre questioni che hanno scosso il pianeta Internet. Sono state giudicate emblematiche del modo in cui la Chiesa istituzionale comunica e in cui gli internauti – cristiani o meno – reagiscono. Hanno rivelato i punti di forza e le debolezze della comunicazione della Chiesa nel contesto di una cultura di Internet trionfante. Read the rest of this entry »

Diario di una Missione, l’Africa che sorride

marzo 2nd, 2010 by Padre Giulio Albanese

In che maniera comunicano oggi i missionari  dalle periferie del mondo? L’interrogativo è legittimo per coloro che hanno a cuore la causa del Regno di Dio. In una società digitale trasmettere con il cuore e con la mente la passione per la Missione deve essere davvero un imperativo, un segno della fattiva cooperazione tra Nord e Sud del mondo, tra le giovani Chiese e quelle di antica data come la nostra.

Padre Ivo ed il piccolo Ivo IV

Padre Ivo con in braccio un bimbo che porta il suo stesso nome

A questo proposito vorrei segnalare ai lettori di “Missionari Digitali” un’esperienza interessantissima, il Diario digitale di don Ivo, missionario fidei domum originario della diocesi di Foggia-Bovino, impegnato nel servizio “Ad Gentes” a Bigene, nella diocesi di Bissau, in Guinea-Bissau. Un blog articolato, ricco di informazioni e di spunti,  immagini, video… E la “comunicazione digitale multimediale” è sul blog di Padre Ivo nello spazio “Missione è festa”.  Sono pagine appassionanti che vanno ben al di là della solita prospettiva paternalistica tipica di certa beneficenza strappalacrime. Intendo dire quella “carità pelosa” per cui noi “occidentali” dobbiamo sempre e comunque sentirci benefattori di fronte a tanta umanità dolente. Dalla tastiera di don Ivo scaturisce un messaggio di ben altro spessore, una “Buona Notizia” dalla quale emerge un rispetto incondizionato nei confronti di un popolo dimenticato da tutto e da tutti.

Date un’occhiata qui, al “diario di una missione” e comprenderete davvero che l’evangelizzazione non consiste solo nel “dare” ma anche nel “saper ricevere”. Ed Internet, da questo punto di vista, è davvero provvidenziale!

Internet può renderci stupidi?

febbraio 28th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Oggi  ho partecipato ad un incontro con un gruppo di  genitori, alcuni dei quali hanno vissuto diversi anni in Africa come missionari laici. Abbiamo parlato assieme di Internet e uno di loro mi ha confessato che è molto preoccupato perché i suoi due figli stanno sempre inchiodati di fronte al computer per navigare nella Rete.

Non è un mistero che la Rete nel suo complesso possa far perdere una quantità smisurata di tempo e addirittura trasformarsi in una vera e propria droga. E allora, cari amici, dovremmo rifiutare l’utilizzo di questa tecnologia? D’accordo che controllare la posta elettronica tutti i giorni può trasformarsi in una sorta di schiavitù perché la gente si aspetta che rispondiamo subito alle e-mail. Capisco che la navigazione nella “blogosfera” potrebbe distrarci da quello che dovremmo fare, ma tutto questo non deve spaventarci. Quando un bambino attraversa la strada i genitori dovrebbero avergli insegnato che bisogna passare sulle strisce, a significare che un codice di condotta serve sempre e comunque.

Detto questo, guardiamo anche all’altra faccia della medaglia, al fatto cioè che proprio attraverso la Rete possiamo avere accesso ad un numero infinito di servizi per i quali, nel passato, avremmo perso davvero un mucchio di tempo. Ma ciò che trovo davvero avvincente è il fatto che la Rete possa stimolarci ad uscire da una visione ristretta della realtà costituendo un’opportunità per un cambiamento intellettuale e civile. D’accordo in Rete, c’è di tutto, “grano buono” e “zizzania”; l’abbiamo già detto e ridetto in questi giorni su questo blog, ed è per questo che la dimensione educativa è fondamentale.

Sta di fatto che Internet ormai è entrato a far parte della nostra esistenza e dunque sarebbe un gravissimo errore ignorarlo.  Qualcuno ha scritto che di questo passo l’uso della Rete cambierà il nostro cervello a livello neuronale, cognitivo ed emotivo.  http://www.internazionale.it/home/?p=14192 Su questo tema, è bene rammentarlo, la comunità scientifica è divisa. Una quota consistente di ricercatori ritiene che sia troppo presto per esprimere dei giudizi, non foss’altro perché la prima generazione che ha subito l’effetto del digitale ora sta entrando nell’età adulta e non ci sono ancora abbastanza studi scientifici che dimostrino l’entità di questi cambiamenti. Una cosa comunque è certa:  Internet fa crescere l’interdipendenza tra i cervelli, costringendoci a leggere, vedere e constatare che il mondo reale è più grande delle nostre semplificazioni. Inoltre, possiamo anche scrivere e confrontarci, proprio come io sto facendo adesso attraverso questo blog. Un’operazione che un tempo sarebbe stata possibile solo sborsando una valanga di quattrini per acquistare uno spazio sui giornali.

Insomma, con la Rete siamo comunque sempre protesi su un mondo molto più grande di noi, uno straordinario antidoto contro ogni forma di provincialismo. E questo non è poco per noi missionari!

A proposito della “morale” internettiana

febbraio 25th, 2010 by Padre Giulio Albanese

I lettori di questo blog avranno forse seguito la vicenda che ha coinvolto Google, condannata per aver pubblicato su “You Tube” il video delle violenze perpetrate nei confronti di un ragazzo disabile. Stefano Rodotà in un’intervista apparsa su Repubblica in merito a questo scottante argomento ha affermato che:

“Gli interessi in gioco non sono solo l’iniziativa economica e la dignità, ma anche usare questi strumenti come momento nuovo di manifestazione del pensiero. Ogni forma di comunicazione di massa porta con sé dei rischi, non possiamo buttare l’acqua sporca col bambino. Queste forme di controllo finirebbero con l’uccidere i social network. Segnalo che il video su Google riguardava un disabile. Giorni fa su Facebook è stato chiuso un gruppo contro i disabili. C’è evidentemente in Italia, e non solo, un rifiuto delle persone diverse da noi. Condannando i dirigenti di Google o chiudendo un gruppo su Facebook non abbiamo eliminato problema: se c’è una febbre sociale non la eliminiamo rompendo il termometro. Queste manifestazioni orribili ci segnalano un virus nella società che richiede adeguata attenzione e non si risolve solo con gli interventi della magistratura”.


Devo ammettere che si tratta di un “caso di cronaca” internettiana sul quale è importante interrogarsi dal punto di vista dell’evangelizzazione dell’areopago digitale. Una sfida che ci trova ancora molto impreparati. Ne ho parlato con un caro amico, il Professor Sergio Pillon, che è stato tra i primi in Italia a navigare nella Rete. Essendo inoltre egli genitore di due ragazzi, gli ho chiesto un commento “a caldo”. Ecco cosa mi ha scritto in posta elettronica:

La Rete non è la ‘causa’ del disagio morale, semmai ne è il ‘termometro’. Provo a spiegarmi meglio: riflettevo sulla pedopornografia presente sulla Rete: secondo la maggior parte degli esperti Internet non ha creato il fenomeno e neppure lo ha sviluppato, lo ha semplicemente portato all’attenzione. Ogni azione sulla Rete lascia tracce, ogni transazione può essere intercettata e la ‘libertà’ della rete è una libertà ‘vigilata’. I ragazzi che hanno pubblicato il video su Google sono stati rapidamente identificati; se avessero messo dei Dvd nelle cassette della posta sarebbe stato molto più difficile. D’altronde di immagini indecenti pubblicate sui giornali se ne trovano a bizzeffe, basta andare in un’edicola per trovarne. Ed è compito di un genitore educare i figli a comportarsi correttamente. Ma ciò che mi preoccupa, tornando al nostro ragionamento sulla Rete, è il fatto che dei ragazzi abbiano ritenuto divertente mettere ‘on line’  le loro torture ad un ragazzo disabile. Questo deve far riflettere, come anche il fatto che si consideri normale aprire un gruppo su Facebook contro i disabili. Deve anche far preoccupare la constatazione che noi sorrideremmo se un ragazzo ci confessasse di aver violato il computer del professore per vedere i voti dei compiti. Se avesse confessato di aver forzato la porta di casa del professore, poi un cassetto chiuso a chiave per leggere i voti, la cosa non ci avrebbe fatto sorridere! Forse farlo per via ‘informatica’ è  meglio? E filmarsi ‘in allegra amicizia’  per  vantarsene con gli amici inviandosi ‘by mail’ i video,  non è censurabile? Ma moltissimi adolescenti lo fanno, incappando tra l’altro nel reato gravissimo di realizzazione, pubblicazione e diffusione di materiale pedopornografico, che non rende diverso un adolescente che si filma per vantarsi con i propri coetanei da un adulto che filma un bambino per scopi sessuali! La Rete offre nuove opportunità e nuovi ambienti ma rende anche ‘fragili’ alcuni aspetti della morale che credevamo ben consolidati, come il rubare: ad esempio scaricare video e musica protetti da copyright è rubare? Oppure, entrare negli sms del proprio compagno per leggerli è violare il rapporto di fiducia tra coniugi?  Scambiarsi immagini ‘piccanti’ o passare ore in chat con un altro uomo significa tradire il proprio compagno? Dal mio punto di vista tutte queste sono cose immorali, non ho soluzioni ma solo riflessioni da consegnare…”

Lo si voglia o no, bisogna riconoscere che in questi casi citati da Pillon, moralmente parlando, “reale” e “virtuale” coincidono e sarebbe ora che nelle classi di catechismo questi temi fossero affrontati seriamente…

L’informazione “on line” esige conversione

febbraio 23rd, 2010 by Padre Giulio Albanese

Il futuro dell’informazione è indubbiamente sulla Rete e dunque è importante definire una politica rispettosa del “bene comune” nella gestione delle notizie. “Un elemento di disturbo, in questo contesto - come scrive  Giancarlo Livraghi, uno dei “padri” della comunicazione in Italia – è Internet. Prima temuta, poi ambiguamente lodata, comunque mal capita, la rete rimane fastidiosa agli occhi di chi è abituato ad avere il controllo ed è irritato, se non preoccupato, da uno strumento che non riesce a ingabbiare”.
La questione che intendo sottoporre ai lettori di questo blog non è tanto se domani continueranno ad esserci i giornali cartacei, quanto piuttosto in che modo verrà condotta la transizione da un sistema all’altro. Questo passaggio ha una valenza epocale e sta già realizzandosi, anche se sulla piazza massmediale vi sono numerosissime correnti di pensiero che dicono tutto e il contrario di tutto. Qualcuno, ad esempio, vorrebbe trasferire on line il business editoriale della carta stampata, mettendo le notizie a pagamento. Altri invece, ed io sono tra questi, parlano in termini più generali di un ampio processo di integrazione dei vari media attraverso Internet. A significare che non può esistere un’unica strada e un’unica soluzione, ma che comunque l’indirizzo impresso dal digitale è irreversibile, anche per l’editoria missionaria. Ora, siccome non abbiamo la sfera di cristallo tra le mani, dovremmo sforzarci d’essere perlomeno realisti rispetto ad un areopago internettiano che mette profondamente in discussione le certezze e i paradigmi del passato.

Nel 1998 Google stava nascendo e cercando le "news and media" su Yahoo appariva un panorama "micrososcopico" rispetto all'odierno

Allora piuttosto che domandarci se le “news” on line dovrebbero essere gratuite o a pagamento, proviamo a domandarci quale tipo di “news” potrebbe ottenere un beneficio dall’essere pubblicato gratuitamente e quale invece potrebbe essere venduto a pagamento.

A differenza di certi editori dell’epoca predigitale – che sono tra parentesi quelli che oggi vanno ancora per la maggiore – sono convinto che i contenuti più popolari e di interesse generale sono esattamente ciò che deve essere pubblicato gratuitamente, perché attirano traffico moltiplicando gli accessi, costruiscono il boccone prelibato dell’utenza e di conseguenza consentono di fare pubblicità. Inoltre, l’abbondanza delle fonti giornalistiche on line è smisurato per cui i prezzi dei prodotti è inevitabilmente più basso. Questo però non significa che il World Wide Web fatturi poco; semmai è vero che ha numeri assoluti più piccoli ma tassi di crescita elevati con margini di tutto rispetto. La domanda pertanto che pongo agli addetti ai lavori – gli editori, intendo – è semplice e diretta: preferireste investire in un business di medie dimensioni che sta crescendo o in un business consolidato ma in fase calante? La chiave di volta in questo nostro ragionamento non consiste allora nel prendere i contenuti più popolari e renderli disponibili solo a pagamento. Dovremmo piuttosto immaginare delle fasce di utenza più contenute, in cui l’interesse per un argomento sia più profondo e intenso e per il quale le persone potrebbero essere disposte a spendere soldi, per esempio certi approfondimenti su temi specifici o legati ad un determinato contesto territoriale.

Detto questo, dobbiamo comunque stare attenti perché, come recita un vecchio proverbio, “non si possono fare i conti senza l’oste” a significare che molto probabilmente, in un futuro non lontano (forse già oggi?!), a dettare le regole del gioco non saranno tanto i pubblicitari o gli editori (come nell’epoca predigitale), quanto piuttosto le compagni telefoniche che detengono la proprietà della rete satellitare o in fibra ottica. E saranno proprio questi signori a decidere quali saranno gli standard di democrazia on line monitorando e vigilando sul flusso degli accessi alla Rete; soprattutto se la politica istituzionale continuerà a tergiversare su questi temi. Vorrei concludere con un pensiero rivolto ai miei colleghi giornalisti i quali dovrebbero sperimentare una vera e propria conversione di mentalità rispetto al passato. Infatti coloro che hanno 20-25 anni di professione alle spalle – ovvero il 90% di chi ha un contratto giornalistico – vivono come fosse una sorta di punizione il passaggio alla redazione on line, quando invece significa stare in plancia di comando sul proprio bastimento editoriale nell’Oceano di Internet. [Si veda sul tema anche "(Giornalista) una professione tra parentesi" di Manlio Cammarata]. Qui, nolente o volente, s’impone un salto di mentalità! Certamente anche il giornalismo missionario non può tirarsi fuori dalla mischia, non foss’altro perché quello digitale costa molto meno di quello cartaceo. Inoltre per diffondere “la voce di chi non ha voce” ci sono altre vie di finanziamento sulla Rete che andrebbero esplorate. Ma questa è un’altra storia…

La Rete, il vero e il falso

febbraio 22nd, 2010 by Padre Giulio Albanese

Nell’epoca digitale non esiste un modo di raccontare asettico e neutrale. Nel “mare magum” della Rete possiamo infatti trovare pareri asimmetrici e discordanti, insomma tutto e il contrario di tutto. Il problema è che  Internet è “disintermediazione” attraverso un’informazione capillare, incontrollabile, globale e gratuita dei blog, e dei social network. A significare che c’è un continuo adeguamento alle sempre nuove piattaforme tecnologiche su cui vengono veicolate le notizie. Questo fenomeno naturalmente genera apprensione rispetto all’esigenza di avere dei punti fermi e, giornalisticamente parlando, in relazione alla verità dei fatti. Da questo punto di vista io credo che il compito “missionario” dei cristiani presenti nella Rete non possa prescindere dalla fatica di chi umanamente si erge da tramite tra l’evento in quanto tale e il destinatario finale che è il fruitore di notizie. Tutto ciò nella consapevolezza che la nostra identità in Rete deve essere davvero “cattolica”, aperta dunque all’universalità.

A spiegarlo in maniera convincente in una sua missiva pastorale, addirittura prima dell’avvento del digitale, è stato all’inizio degli anni ’90 un pastore d’anime eccellente, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, il quale sostiene che: “È praticamente impossibile porsi esattamente tra fonte dell’informazione e il destinatario perché il mediatore è colui che porta le ragioni dell’uno e dell’altro, e viceversa. È colui che si fa carico dell’uno e dell’altro, che sa cogliere il senso del loro dire. Soprattutto, mediatore è colui che traduce; ciò vuol dire che non può essere un passacarte, né un megafono, né uno che letteralmente trasporta ogni parola da un codice all’altro. Mediatore è colui che si assume i rischi di ogni traduzione; tradurre, concretamente, significa anche andare all’essenziale, cercare il senso di una vicenda in sé e nel contesto, e riferire con parole vive”. (Cfr. Il lembo del mantello. Lettera ai fedeli per l’anno pastorale 1991/92, Arcidiocesi di Milano, 19 Qui Il testo integrale ) Dunque siamo alle prese con’operazione ardua, impegnativa e che richiede congiuntamente apertura mentale e grande senso di responsabilità. E all’obiezione che possano esservi comunque dei condizionamenti imposti dal sistema mediatico, il cardinale invita ad avere un approccio propositivo: “Eppure io resto convinto che la vera sfida a ciascuno di noi è proprio questa: individuare spazi di libertà, di discrezionalità, di creatività dentro i ruoli che ci hanno assegnato, nello svolgimento dei compiti che ci sono stati affidati. A volte può essere più facile, in altri casi è complicato. In certi momenti scrivere ha rappresentato grossi sacrifici per la stessa libertà personale. Può capitare che i nemici delle nostre potenzialità espressive non siano il “sistema”, le “controparti”, i “superiori” e i mezzi di cui questi spesso dispongono (duri o persuasivi o subdoli), ma che i nemici più forti e duri da battere siano dentro di noi. E si chiamano autocensura, conformismo, desiderio di quieto vivere e di non avere grane”. (Ibidem. Il lembo del mantello…).

Detto questo è chiaro che nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale, la mediazione di cui sopra sarà possibile solo e unicamente attraverso piattaforme in cui il mondo cattolico sia capace di fare “cartello”, non disperdendosi come accade oggi in nebulose di siti a destra e a manca. Si tratta in sostanza di osservare insieme per decifrare il network ricco di collegamenti, di rimandi e quant’altro. L’operazione è dunque quella del setaccio, filtrando, per così dire, il grano buono dalla zizzania, attraverso verifiche e riscontri che esigono un impegno comune. Insomma, parafrasando un vecchio detto non dobbiamo buttare il bambino (la verità dei fatti, i valori e le esperienze del passato) con l’acqua sporca delle falsità e degli interessi di parte.

Il linguaggio digitale

febbraio 20th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Essere bravi cristiani significa saper comunicare la Parola Forte di Dio. Purtroppo nella società digitale dobbiamo riconoscere che vi sono alcune difficoltà legate al linguaggio. Non tanto perché manchino storie di santità da raccontare alla gente, quanto piuttosto per la mancanza di modalità espressive adeguate all’era digitale. La posta in gioco è alta perché rischiamo di non raggiungere un segmento importante del futuro della società: i giovani. A pensarci bene, si tratta di un problema che riguarda tutte le agenzie educative (incluse le nostre parrocchie).   A titolo di esempio vi offro due immagini, tratte da una presentazione Power Point di una tesina di maturità elaborata da un ragazzo di Roma, figlio di miei amici carissimi. Da notare che in calce sono riportati i suoi appunti personali.

Giorgio (questo è il suo nome) commenta la traccia del tema assegnato dal Ministero, sul linguaggio dei giovani. Credo siano immagini piuttosto “auto esplicative” sia di come oggi molti educatori vivano anni luce distanti dalle nuove generazioni, sia di come i ragazzi percepiscano la comunicazione nell’era digitale. Noi Missionari siamo i primi a dire che bisogna conoscere la lingua locale, scritta e parlata, prima di iniziare a svolgere il proprio ministero in terre lontane. Teniamo presente questo principio anche quando siamo in  Rete!

Prendiamo come esempio finale dell’evoluzione culturale la traccia della prova scritta di quest’anno Il “digital immigrant” che ha scritto quella traccia l’ha chiamata “impersonale”: non conosce veramente la nostra scrittura! e’ molto piu’ personale oggi di quella di 10 anni fa!

Scriviamo molto piu’ delle generazioni precedenti, semmai abbiamo recuperato la scrittura, che era stata quasi cancellata dall’uso telefono e della macchina da scrivere.

A proposito della MISNA…

febbraio 19th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Cari amici, oggi vorrei condividere con voi alcuni pensieri sull’avventura della Missionary Service News Agency (MISNA), una delle esperienze più avvincenti della mia vita. Un progetto editoriale che ha rappresentato la declinazione della nuova era digitale applicata al mondo missionario. Un modo concreto, nel nome di Dio, “per dare voce a chi non ha voce”. Ecco perché raccontare la storia di questa agenzia d’informazione missionaria – per come è andata veramente, intendo – potrebbe servire da stimolo e aiutare altri a seguirne i passi e magari a fare ancora meglio. MISNA nasce dal basso, come Google, Amazon, come tutte le grandi idee della rete: un pugno di “carbonari” fortemente motivato, a dispetto degli scettici. Era il 1997. In Italia Windows 95 era arrivato a ottobre di due anni prima. Mi vengono in mente le parole di Nicholas Negroponte già citate nei giorni scorsi su questo blog riguardo all’innovazione : “essere innovativi è il contrario di quello che i genitori di solito si aspettano dai figli, di quel che la maggior parte dei dirigenti spera per la propria azienda e di quel che i capi di Stato si augurano per i loro Paesi. E gli innovatori sono per lo più insopportabili…”. In queste parole del “profeta della rete” mi sembra di poter cogliere un frammento del Dna della MISNA ed uno dei tratti fisiognomici salienti manifestatisi nel suo primo quinquennio di vita. Contraddizioni, indisciplina, caos, crescita tumultuosa, riconoscimenti come il “Saint Vincent” e prese di posizione negative anche da ambienti vicini (a volte gridate ma per lo più silenziosamente corrosive), amata da alcuni e ritenuta insopportabile da molti altri: almeno tutto questo di sicuro c’è stato. Se ne può ricavare anche che c’è stata di sicuro innovazione? Credo davvero di sì, amici miei, nella consapevolezza che mai come oggi è necessario ricercare percorsi innovativi nell’ambito della comunicazione in chiave Ad Gentes. Ma andiamo con ordine per ricostruire il contesto nel quale è nata la MISNA. In occasione del Secondo convegno missionario nazionale di Verona, a settembre del 1990, si avvertì l’esigenza di metter su un’agenzia giornalistica missionaria intercongregazionale, che potesse lanciare in tempo reale le notizie sui Paesi del Sud. A quei tempi, mancando il supporto digitale, si pensava a un ufficio stampa in grado di trasmettere via fax comunicati ai mezzi d’informazione, a cadenza settimanale o addirittura quotidiana. Sta di fatto che le buone intenzioni rimasero tali per diverso tempo; alcune precedenti esperienze erano apparse eccessivamente onerose perché le uniche fonti di entrata erano gli abbonamenti (scarsi o quantomeno insufficienti a coprire i costi) a un bollettino che conteneva i vari dispacci, spedito mensilmente ai lettori. Come avrete capito lo scenario non era dei più favorevoli. Per certi versi giustificato lo scetticismo che nella primavera del 1997 incontrò il progetto MISNA, redatto dal sottoscritto su suggerimento di Eason Jordan, figura storica della CNN International. L’idea, che si sarebbe rivelata vincente, consisteva nel creare un network di fonti missionarie e del volontariato, disseminate nel Sud del mondo per raccontare quanto accadeva nelle periferie del villaggio globale. A ripensarci, leggendo certa recente altisonante propaganda sui successi della MISNA, mi suona come la storia della fondazione di Roma, riscritta! E sì, perché quando sono partito con questo progetto avevo soltanto un computer collegato alla rete attraverso una linea mononumerica, bicanale. Poi tanta fatica, tante notti insonni, i primi acciacchi. Ma la Provvidenza si affaccia e … nasce MISNA.

La prima redazione della MISNA

Un atto d’Amore e il tempo mi diede ragione. Trascorsi un paio di mesi dall’inizio dell’attività giornalistica, il professor Sergio Pillon, che aveva creato il supporto Web dell’agenzia, mi regalò due computer e fece installare un software formato personale. Insomma, tentammo d’inventare il possibile perché a quei tempi, essendo gli accessi Internet ancora una rarità, erano pochi i missionari (superiori inclusi) che potevano consultare la MISNA “on line”. Con i finanziamenti che avevamo non avremmo neppure potuto pagare l’affitto di un box per l’automobile. McLink, il primo provider di Internet italiano ci regalò la connettività e la banda; io dormivo su un’amaca appesa ai muri della redazione allestita nel seminterrato della casa dei comboniani a Roma.

L'amaca della MISNA

È una storia che ho raccontato nel mio libro “Il Mondo Capovolto” (Einaudi, Torino 2003), nel capitolo “La nascita di MISNA”. Poi, a poco a poco, sono arrivati i primi finanziamenti del mondo missionario. Negli anni naturalmente molte cose sono cambiate, ma ritengo che oggi sia necessario operare un sano-fisiologico discernimento, soprattutto guardando al futuro. Sebbene la nascita di questa agenzia abbia rappresentato una tappa importante sul cammino dell’informazione missionaria, la sua storia costituisce anche la cartina al tornasole di una realtà, quella dell’editoria missionaria, ancora perfettibile. Anzitutto occorre rinnovare l’impegno a mantenere alti gli standard di qualità, valorizzando la professionalità dei laici. La loro presenza costante nelle redazioni è una garanzia di continuità per tutte le testate che, com’è noto, sono sottoposte solitamente ogni quattro, cinque anni all’avvicendamento dei “direttori- missionari”. Vi è poi l’aspetto economico che troppo spesso risponde a uno spirito di beneficenza, piuttosto che affrontato dagli editori di riferimento (gli istituti missionari) come si farebbe in una vera e propria azienda. Occorre pertanto investire risorse, con un’attenzione al delicato rapporto costi-benefici, che esige un’azione tipica delle imprese no-profit: riconciliare la diffusione del prodotto mediatico con la sfera dei valori. Questa è naturalmente l’ambizione su cui giurano tutte le iniziative editoriali. Ma la realtà è diversa.

Il primo sito della MISNA

Come tenere fede allora a quell’ambizione? È possibile soltanto attraverso una fattiva comunione del mondo missionario sia con le chiese locali sia nelle relazioni tra gli stessi istituti Ad Gentes. L’eccesso di “auto-referenzialità” è una pericolosa miopia che indebolisce la visione d’insieme e penalizza la capacità di progetto intercongregazionale. Per concludere è lecito chiedersi se vi sia una via che possa essere percorsa da tutto il mondo dei media. Oggi più che mai è necessario sollevare la questione etica nel mondo dei mezzi di comunicazione, affinché sia data voce alla gente. Di certo è una sfida che non può essere disattesa nel suo complesso dalla Chiesa italiana, per il bene della missione.