La “barca della Chiesa” non ha paura ed è pronta a “prendere il largo nel mare digitale”, nuovo confine del Terzo Millennio, ma senza alcuna “fiducia acritica” nei nuovi media, e stando ben attenta a contrastare i rischi che può comportare un mezzo “senza volto”, in cui la dignità della persona può essere facilmente misconosciuta e calpestata. Mi pare che questo, in sostanza, sia il messaggio forte che Benedetto XVI ha formulato ai partecipanti al convegno ecclesiale “Testimoni digitali” che si è concluso sabato scorso, riscuotendo grande successo.
Personalmente ho seguito i lavori, in parte attraverso il collegamento via Internet, ma anche seguendo dal vivo, in sala, gli interventi dei vari relatori. Ecco che allora sento il desiderio di condividere con i lettori di questo Blog alcune considerazioni emerse anche dal confronto diretto con i partecipanti.
Vi è anzitutto un quesito di fondo al quale credo dovremmo rispondere: possiamo ancora considerare il digitale un “Media”? In effetti, come mi ha fatto notare il professor Sergio Pillon che ha partecipato attivamente alla riflessione su “Testimoni Digitali” grazie proprio a questo Blog, “andare in banca da casa – il cosiddetto home banking, come molti fanno – non è solo ‘comunicazione’; inviare la denuncia dei redditi per Internet o all’INPS un certificato, è molto di più. Questi sono solo alcuni segni di un profondissimo cambiamento del nostro ‘modus vivendi’. Parlare in termini di ‘Era Digitale’ – saranno un giorno gli storici a definirla meglio – ha cambiato e continua a cambiare il nostro mondo più di quanto non abbia fatto l’invenzione della macchina e vapore”. Come dargli torto? Chi usa più la fotocamera con la pellicola oggi? Chi non è capace di inviare gli SMS? E la posta elettronica? Ciò che intendo dire, e che mi auguro sia ormai chiaro dopo il convegno di questi giorni, è che il sistema “Digitale” ha generato una nuova dimensione esistenziale, tutta da scoprire. E il vero problema è che noi cattolici, da questo punto di vista, abbiamo ancora molta strada da fare.
Proprio durante il convegno, Pillon mi ha posto questa domanda: “E se chiedessi ai partecipanti in questa sala se tra loro c’è qualcuno che ha mai rubato in un negozio, probabilmente tutti mi guarderebbero come un pazzo. Ma hanno tutti sorriso quando si è parlato di Emule, il programma più usato per accedere, senza pagare, a materiale protetto da copyright. Sì, quasi fosse una furbata di qualche pirata, ma niente di più”. Questo a significare che la “morale internettiana” deve affrontare questioni comportamentali sulle quali forse dovremmo esprimerci come cattolici per il bene delle giovani generazioni. E cosa dire dell’enorme traffico nella Rete legato alla pornografia? Oggi sorridiamo di un ragazzo che entra nel computer della sala professori e copia le tracce dei compiti in classe – in gergo si dice che lo ha “craccato” - ma se avesse “craccato” la porta della sala degli insegnanti ed il cassetto in cui erano custodite le tracce, nessun genitore avrebbe sorriso. Questi naturalmente sono solo alcuni degli esempi del “lato oscuro” della Rete, che devono essere ancora decifrati e affrontati.
Quando eravamo ragazzi, i nostri genitori ci hanno insegnato che per attraversare la strada si deve passare sulle strisce; ma oggi chi insegna le “regole diglitali” alle nuove generazioni? La Chiesa credo che debba prendere coscienza sempre di più della necessità di operare un sano discernimento per distinguere nella Rete il grano buono dalla zizzania. Sono I “nativi digitali” (quelli nati nel bel mezzo di questa rivoluzione digitale) a chiederlo a noi, “immigrati digitali” (nati prima dell’avvento di Internet), per poter filtrare un immenso oceano di informazioni, cercando di cogliere la linea di demarcazione tra il “Bene” e il “Male”.
E che dire dell’oracolo googoliano? La salute, la famiglia, la legge, la fede… tutto viene chiesto all’oracolo dell’Era digitale: il motore di ricerca. Un esempio ci viene da un video, realizzato con il contenuto del profilo delle domande poste al motore di ricerca di un utente di america on line, “rubato” e divenuto pubblico: “I love Alaska”.
Oggi si cerca sulla Rete tutto e l’oracolo suggerisce. Il primo pensiero è che si tratta di uno straordinario strumento di conoscenza della realtà; ma poi mi pongo il problema su come utilizzare questo magma di informazioni. Ecco che allora è necessario richiedere uno sforzo non indifferente a tutte le agenzie educative, Chiesa in primis, affinché si possa attuare il discernimento di cui sopra. Qualcosa si sta facendo, ma non basta.
Ed il Sud del mondo? La Rete, l’abbiamo scritto tante volte su questo Blog, rappresenta una fantastica opportunità per fare un grandissimo balzo nel campo dell’evangelizzazione, del lavoro, dello studio, del sociale… più in generale nelle periferie del villaggio globale ( Africa, America Latina, Asia e Oceania). E i nostri missionari ne sanno davvro qualcosa!
Vi è poi la questione ambientale. Mi spiego:“custodire il creato” significa anche spostare le informazioni invece delle persone. Non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore. E la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, un’informatica ecologicamente sostenibile. Ma anche in questo campo, la riflessione deve essere realistica e come empre ispirata al Magistero Sociale della Chiesa.
Per concludere, ritengo che occorra definire “urgentemente” una strategia d’intervento sul “Digitale”. Un’azione articolata, certamente complessa e impegnativa, che coinvolga tutte, davvero tutte, le anime della Chiesa: dalla missione alla comunicazione, dall’educazione scolastica al catechismo, fino al volontariato sociale (i disabili, per esempio… che strumento provvidenziale è per loro il digitale… ma di quanto aiuto hanno bisogno per usarlo!). Un’ operazione culturale ed educativa, rivolta alle famiglie, ai ragazzi, agli anziani, ai sacerdoti e ai catechisti. Insomma, dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile – è solo una proposta – che la Cei (Conferenza episcopale italiana) elaborasse un documento sull’era Digitale . Servono urgentemente “Istruzioni per l’uso”. Dulcis in fundo, come missionario, lo confesso, mi sarei aspettato che, durante i lavori del convegno, fosse dato un po’ di spazio anche al contributo che il mondo missionario, da sempre, testimonia nei nuovi mondi, oggi nella Rete. Sarà certamente per la prossima volta.









In questi giorni ho riletto tutto d’un fiato “La rivoluzione incompiuta”, l’ultimo libro del grande Michael Dertouzos, scomparso prematuramente all’età di 64 anni il 27 agosto del 2001. Un saggio interessantissimo, per certi versi anche divertente, ma soprattutto provocatorio per il messaggio lanciato dall’autore: i Pc sono inutilmente complicati da usare e rischiano di creare più problemi di quanti non ne risolvano. Una presa di posizione a dir poco audace e temeraria se si considera che è stata formulata da colui che, sin dal 1974, ha ricoperto l’incarico di direttore del laboratorio di “Computer Science” del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit). Insomma, se non fosse sufficientemente chiaro, l’autore in esame è stato il guru che ha formato i quadri dell’industria informatica statunitense. “Strani animali mi circondano in casa, a lavoro, in ogni luogo in cui mi trovi. Ogni giorno devo trascorrere ore a cibarli, curarli, aspettarli, senza dire delle liti che abbiamo! Anche voi – avverte Dertouzos – siete circondati da queste creature: sono i computer, i portatili, i palmari, le stampanti, e telefonini che si collegano alla Rete, gli apparecchi per ascoltare la musica digitale e altre meraviglie elettroniche. Sono dappertutto e si moltiplicano alla svelta. Eppure, invece di servire noi, siamo noi che serviamo loro”. Per carità, è trascorso quasi un decennio da quando Dertouzos scrisse questo libro, eppure, nonostante l’accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale, devo ammettere che molte delle sue considerazioni sono ancora attuali. Per i non addetti ai lavori, è forse bene rammentare che Dertouzos è considerato l’anti-Negroponte, avendo segnalato in maniera puntigliosa alcune contraddizioni della cosiddetta società cibernetica, quasi volesse smorzare l’euforia negropontiana. In particolare mi ha colpito la sua critica circa l’inadeguatezza dei Pc e dei programmi che li comandano, sempre più appesantiti da miriadi di funzioni che pochi eletti sanno utilizzare, per non parlare dei manuali difficili da decifrare. Ciò che trovo straordinariamente vero nelle pagine di Dertouzos è l’istanza di rendere l’informatica “digital immigrant”, (centrata sull’uomo). Un esempio emblematico per Dertouzos riguarda l’inondazione delle e-mail nei nostri computer. A questo proposito consiglia la tecnica Dpl, ovvero Distruggere Prima di Leggere: “Alle 11 di sera – scrive nel primo capitolo – scarico la posta elettronica. Novantotto messaggi sono arrivati da ieri. A una media di 2-3 minuti per messaggio impiegherei circa 4 ore per sbrigarli tutti. Mi verrebbe molta voglia di assegnare loro il mio codice di massima sicurezza”. Come dargli torto! Di strada ne è stata fatta molta dal 2001 ad oggi, ma la fissazione del professore rappresenta ancora una sfida se non vogliamo che sia sempre il povero mortale a doversi piegare all’innovazione digitale. D’accordo sarò anche un “digital immigrant”, ma la semplicazione vale anche per i “natives” della Rete!