Pensieri sparsi dopo il Convegno, “istruzioni per l’uso”

aprile 25th, 2010 by Padre Giulio Albanese

La “barca della Chiesa” non ha paura ed è pronta a “prendere il largo nel mare digitale”, nuovo confine del Terzo Millennio, ma senza alcuna “fiducia acritica” nei nuovi media, e stando ben attenta a contrastare i rischi che può comportare un mezzo “senza volto”, in cui la dignità della persona può essere facilmente misconosciuta e calpestata. Mi pare che questo, in sostanza, sia il messaggio forte che Benedetto XVI ha formulato ai partecipanti al convegno ecclesiale “Testimoni digitali” che si è concluso sabato scorso, riscuotendo grande successo.

Personalmente ho seguito i lavori, in parte attraverso il collegamento via Internet, ma anche seguendo dal vivo, in sala, gli interventi dei vari relatori. Ecco che allora sento il desiderio di condividere con i lettori di questo Blog alcune considerazioni emerse anche dal confronto diretto con i partecipanti.

Vi è anzitutto un quesito di fondo al quale credo dovremmo rispondere: possiamo ancora considerare il digitale un “Media”? In effetti, come mi ha fatto notare il professor Sergio Pillon che ha partecipato attivamente  alla riflessione su “Testimoni Digitali” grazie proprio a questo Blog, “andare in banca da casa – il cosiddetto home banking, come molti fanno – non è solo ‘comunicazione’; inviare la denuncia dei redditi per Internet o all’INPS un certificato, è molto di più. Questi sono solo alcuni segni di un profondissimo cambiamento del nostro ‘modus vivendi’. Parlare in termini di ‘Era Digitale’ – saranno un giorno gli storici a definirla meglio – ha cambiato e continua a cambiare il nostro mondo più di quanto non abbia fatto l’invenzione della macchina e vapore”. Come dargli torto? Chi usa più la fotocamera con la pellicola oggi? Chi non è capace di inviare gli SMS? E la posta elettronica? Ciò che intendo dire, e che mi auguro sia ormai chiaro dopo il convegno di questi giorni, è che il sistema “Digitale” ha generato una nuova dimensione esistenziale, tutta da scoprire. E il vero problema è che noi cattolici, da questo punto di vista, abbiamo ancora molta strada da fare.

Proprio durante il convegno, Pillon mi ha posto questa domanda: “E se chiedessi ai partecipanti in questa sala se tra loro c’è qualcuno che ha mai rubato in un negozio, probabilmente tutti mi guarderebbero come un pazzo. Ma hanno tutti sorriso quando si è parlato di Emule, il programma più usato per accedere, senza pagare, a materiale protetto da copyright. Sì, quasi fosse una furbata di qualche pirata, ma niente di più”. Questo a significare che la “morale internettiana” deve affrontare questioni comportamentali sulle quali forse dovremmo esprimerci come cattolici per il bene delle giovani generazioni.  E cosa dire dell’enorme traffico nella Rete legato alla pornografia? Oggi sorridiamo di un ragazzo che entra nel computer della sala professori e copia le tracce dei compiti in classe – in gergo si dice che lo ha “craccato” - ma se avesse “craccato” la porta della sala degli insegnanti ed il cassetto in cui erano custodite le tracce, nessun genitore avrebbe sorriso. Questi naturalmente sono solo alcuni degli esempi del “lato oscuro” della Rete, che devono essere ancora decifrati e affrontati.

Quando eravamo ragazzi, i nostri genitori ci hanno insegnato che per attraversare la strada si deve passare sulle strisce; ma oggi chi insegna le “regole diglitali” alle nuove generazioni? La Chiesa credo che debba prendere coscienza sempre di più della necessità di operare un sano discernimento per distinguere nella Rete il grano buono dalla zizzania. Sono I “nativi digitali” (quelli nati nel bel mezzo di questa rivoluzione digitale) a chiederlo a noi, “immigrati digitali” (nati prima dell’avvento di Internet), per poter filtrare un immenso oceano di informazioni, cercando di cogliere la linea di demarcazione tra il “Bene” e il “Male”.

E che dire dell’oracolo googoliano? La salute, la famiglia, la legge, la fede… tutto viene chiesto all’oracolo dell’Era digitale: il motore di ricerca. Un esempio ci viene da un video, realizzato con il contenuto del profilo delle domande poste al motore di ricerca di un utente di america on line, “rubato” e divenuto pubblico: “I love Alaska”. Oggi si cerca sulla Rete  tutto e l’oracolo suggerisce. Il primo pensiero è che si tratta di uno straordinario strumento di conoscenza della realtà; ma poi mi pongo il problema su come utilizzare questo magma di informazioni.  Ecco che allora è necessario richiedere uno sforzo non indifferente a tutte le agenzie educative,  Chiesa in primis, affinché si possa attuare il discernimento di cui sopra. Qualcosa si sta facendo, ma non basta.

Ed il Sud del mondo? La Rete, l’abbiamo scritto tante volte su questo Blog, rappresenta una fantastica opportunità per fare un grandissimo balzo nel campo dell’evangelizzazione, del lavoro, dello studio, del sociale…  più in generale nelle periferie del villaggio globale ( Africa, America Latina, Asia e Oceania). E i nostri missionari ne sanno davvro qualcosa!

Vi è poi la questione ambientale. Mi spiego:“custodire il creato” significa anche spostare le informazioni invece delle persone. Non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore. E la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, un’informatica ecologicamente sostenibile. Ma anche in questo campo, la riflessione deve essere realistica e come empre ispirata al Magistero Sociale della Chiesa.

Per concludere, ritengo che occorra definire “urgentemente” una strategia d’intervento sul “Digitale”. Un’azione articolata, certamente complessa e impegnativa, che coinvolga tutte, davvero tutte, le anime della Chiesa: dalla missione alla comunicazione, dall’educazione scolastica al catechismo, fino al volontariato sociale (i disabili,  per esempio… che strumento provvidenziale è per loro il digitale… ma di quanto aiuto hanno bisogno per usarlo!).  Un’ operazione culturale ed educativa, rivolta alle famiglie, ai ragazzi, agli anziani, ai sacerdoti e ai catechisti. Insomma, dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile – è solo una proposta – che la Cei (Conferenza episcopale italiana) elaborasse un documento sull’era Digitale . Servono urgentemente “Istruzioni per l’uso”. Dulcis in fundo, come missionario, lo confesso, mi sarei aspettato che, durante i lavori del convegno, fosse  dato un po’ di spazio anche al contributo che il mondo missionario, da sempre, testimonia nei nuovi mondi, oggi nella Rete. Sarà certamente per la prossima volta.

Missionari, “Testimoni Digitali”

aprile 21st, 2010 by Padre Giulio Albanese

Domani si apre a Roma il Convegno Ecclesiale “Testimoni Digitali”, motivo per cui avverto il bisogno di riassumere alcune idee, già espresse, almeno in parte, su questo Blog.

Non v’è dubbio che uno dei primi nodi da sciogliere riguarda l’evoluzione del linguaggio digitale. Com’è noto, proprio i missionari sono i primi in assoluto a comprendere quanto sia importante conoscere la lingua locale prima di iniziare a svolgere il ministero pastorale. Ebbene, lo stesso principio vale anche quando navighiamo in Rete. Sta di fatto che la dimensione del “fluire”  linguistico della Rete (pensiamo al  linguaggio ipertestuale) rappresenta un problema che riguarda non solo i missionari, ma tutte le agenzie educative legate alla Chiesa, incluse le parrocchie di casa nostra. Essere testimoni significa, innanzitutto e soprattutto, saper comunicare la Parola forte di Dio: per farlo, nella società digitale, dobbiamo affrontare e superare alcune difficoltà legate proprio al suo linguaggio. Non mancano certo modelli, valori, esperienze di santità da trasmettere agli altri, ma dobbiamo trovare le modalità espressive adeguate per essere davvero testimoni digitali, unitamente ad un approccio davvero innovativo anche in chiave tecnologica. Insomma, se fino ad oggi abbiamo investito nel realizzare le opere più variegate (oratori, scuole, ospedali…), ora dobbiamo fare lo stesso guardando alla Rete come “Terra di Missione”. La posta in gioco è alta, anche perché rischiamo di non farci capire proprio dalla parte importante per il futuro della società: i giovani.

In questi anni, dobbiamo ammetterlo, è cresciuto notevolmente l’utilizzo dei nuovi media nel mondo missionario. Grazie ai sistemi satellitari, ad esempio, le modalità di collegamento sono aumentate considerevolmente. L’accesso alle nuove tecnologie per chi lavora in missione è particolarmente utile perché dischiude opportunità insperate: contenuti multimediali, programmi e testi nelle lingue di tutto il mondo, applicazioni in remoto quali la telemedicina, la formazione a distanza, l’e-learning. L’accesso a Internet, per gli studenti delle scuole e delle università, è una potenzialità immensa. Detto questo rimangono alcune criticità. Quelle cioè legate alla mancanza di risorse finanziarie e di infrastrutture, il cosiddetto “digital divide”: in alcuni Paesi in via di sviluppo la connettività è debolissima e l’hardware si riduce a veri e propri reperti archeologici, in confronto agli standard occidentali. Tanti confratelli lavorano con modem lentissimi, a 56 Kbyte/s nella migliore delle ipotesi, per non parlare dei computer: in alcune missioni ho visto Pentium 75 con 16 Mbyte di Ram. In queste condizioni si accede ancora alla Rete Internet come avveniva in Italia negli anni ‘90. Detto questo però, però, la Rete resta una grande opportunità. Pensiamo solo a cosa significhi la posta elettronica e, laddove le circostanze lo consentono, la possibilità di navigare. In Africa, alcuni missionari hanno realizzato dei portali con servizio autonomo di housing comprendente server e connessione Web. Il contesto però è di estrema difficoltà e arretratezza, nel continente africano, ad esempio, la Rete è ancora un lusso: basti pensare che gli host hanno superato il milione solo nel 2006. Come dicevo, i segnali positivi ci sono, nei successivi due anni, il numero è praticamente raddoppiato e nel 2009 è proseguita una forte crescita, ma ancora oggi l’Africa conta per meno del 3-4 per cento dell’attività “on line” nel mondo. Un discreto interesse ha suscitato tra i missionari il progetto “One Laptop Per Child” lanciato nel 2005 da Nicholas Negroponte, che mira a distribuire computer portatili nei paesi africani. Il primo Paese a decidere di distribuirlo è stato il Rwanda, dove ne sono già stati consegnati centomila. Ogni laptop è sempre predisposto per l’uso in lingua locale, il che nei Paesi in via di sviluppo ha un’estrema importanza: solo in Nigeria, ad esempio, ci sono ben 320 lingue ufficiali. Ma soprattutto questo computer, nonostante le notevoli difficoltà di connessione, consente ai bambini di entrare a contatto diretto con alcune fonti di formazione, la Rete li rende protagonisti dei loro processi di apprendimento.

Naturalmente, la problematica dei costi non riguarda però esclusivamente l’acquisto del Pc, ma anche quello dei software. Personalmente, ritengo che nell’ambito dell’informatica il paradigma tecnologico più sostenibile sia quello legato ai cosiddetti Free/Libre/Open Source Software (FLOSS), un termine ibrido che indica contemporaneamente e collettivamente il software libero e quello a sorgente aperto.  Anzi: il modello cooperativo a cui essi fanno riferimento in generale, la possibilità per gli utenti di partecipare attivamente all’innovazione e di personalizzare i software per le diverse esigenze, sono tra i punti di forza di una strategia globale che davvero giovi alla causa dello sviluppo. Attualmente, alcune Ong si stanno occupando di questi temi con grande impegno e buona volontà, anche se molto spesso, purtroppo, mancano dell’imprescindibile supporto tecnico e finanziario.

Una cosa è certa: il contributo che la presenza dei missionari può dare a Internet è molteplice; anche se la cybersocietà è ancora tutta da esplorare e il deterioramento dei rapporti personali e sociali è sempre un rischio connesso alla sua evoluzione. I missionari possono innanzitutto esercitare un’azione educativa sugli utenti, promuovendo responsabilità e fiducia.  Da questo punto di vista, il cammino è però ancora lungo… Infatti, il mondo cattolico (e dunque anche missionario) in questi anni è entrato nel cyberspazio con una logica troppo congregazionale o parrocchiale. Quasi tutti gli istituti religiosi hanno allestito i loro portali, offrendo una quantità di informazioni che però raramente vengono organizzate in un sistema coerente. E il navigatore rischia di confondersi di fronte a un mero elenco di indirizzi Web indicizzati dai motori di ricerca, di scorrerli meccanicamente. Usando un linguaggio teologico, potremmo scrivere, senza esagerare, che Internet va “evangelizzato”, affinché rispetti e promuova sia l’interesse della fraternità universale, della “comunità”, sia quello dei valori e della “persona”.  Come già scritto a caratteri cubitali in questo Blog, occorre investire, in risorse umane e finanziarie, per implementare questa nuova dimensione. Per carità: si può vivere anche senza cellulare. Ma i modelli e i paradigmi odierni sono qualcosa d’ineluttabile, come le forme espressive e i linguaggi che fanno parte del “modus vivendi” delle nuove generazioni. Ciò che conta è farne un uso intelligente, proteso all’edificazione del bene comune. Per la Chiesa e per chi porta nel mondo la Parola del Signore è un dovere non trascurare l’aiuto che lo sviluppo delle tecnologie può offrire. Buon Convegno a tutti!

 

Cattolici cinesi fanno corsi di evangelizzazione via Internet

aprile 13th, 2010 by Padre Giulio Albanese

L’evangelizzazione della Rete rappresenta la prima delle “Mission” di questo Blog; la seconda consiste invece nella promozione dell’uso di Internet come strumento per l’evangelizzazione. A questo riguardo, ho trovato molto interessante quanto riferito dall’agenzia d’informazione “AsiaNews”, diretta da padre Bernardo Cervellera. Circa 30 cattolici cinesi, provenienti da diversi continenti, hanno completato recentemente il loro corso come“evangelizzatori” nel cyberspazio. Si tratta di un’esperienza concreta che può aiutarci a comprendere le straordinarie potenzialità della Rete per quanto concerne l’evangelizzazione. Internet ha infatti reso “possibile l’impossibile”, consentendo, a studenti provenienti da Australia, Canada, Cina, Hong Kong, Olanda, Singapore, un corso “on line” di due anni finalizzato all’insegnamento del catechismo cattolico e ad un’attività concreta di evangelizzazione. La Scuola Online è iniziata nel 2005 e vi hanno finora preso parte 1.923 studenti: un’occasione preconoscere la dottrina cristiana e condividerla via chat. Se volete saperne di più, leggete qui

aNobi, utile per la cultura missionaria

aprile 7th, 2010 by Padre Giulio Albanese

La missione digitale ha una chiara matrice culturale. È per questa ragione che un portale come aNobi – per chi non lo sapesse si tratta di una sorta di libreria condivisa in Rete – non deve assolutamente lasciarci indifferenti. Anzitutto perché è estremamente pratico: infatti mediante l’inserimento del codice ISBN del libro che stiamo cercando, il servizio trova copertina e informazioni istantaneamente, a parte naturalmente la classica ricerca attraverso il titolo. Consente inoltre di comunicare quali libri si stanno leggendo, quali si sono letti in passato e quali si ha intenzione di leggere prossimamente. Il tutto arricchito con le tradizionali funzioni Web 2.0 che rendono il servizio a dir poco accattivante, dando per esempio la possibilità di votare i libri, aggiungere un commento personale o la data di inizio e fine di lettura di uno scritto, per non parlare del classico Widget da inserire nel proprio blog, o della possibilità di rintracciare le pubblicazioni che potrebbero suscitare l’interesse personale in base a quelli letti. Addirittura è possibile intercettare persone con i propri stessi gusti, magari aggiungendoli alla lista degli amici. Il servizio è inoltre dotato di interessanti statistiche che informano sul numero di pagine lette in un anno e offre anche la possibilità di creare gruppi di utenti accomunati da una stessa passione.

Giovanni Paolo II, rivolgendosi alle Chiese d’Africa scriveva che: “Una fede che non diventa cultura, è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata e non fedelmente vissuta” (Ecclesia in Africa 78) e aNobi, da questo punto di vista, è uno strumento eccezionale. Credo sia questa la ragione per cui  “La Civiltà Cattolica” si è espressa favorevole nei confronti di questo social network dei libri, giudicato positivo anche per l’evangelizzazione e la diffusione della lettura della Bibbia. Con un articolo di padre Antonio Spadaro , critico letterario della rivista della Compagnia di Gesù, il nuovo numero del periodico mette in risalto gli aspetti positivi di aNobi dove ad apparire nei profili sono non i volti delle persone ma le copertine dei libri. Descrivendo pure altri sistemi simili, tra i quali LibraryThing, la rivista dei gesuiti esamina i vantaggi e le opportunità per singoli lettori e per gruppi di lettura, anche in un contesto pastorale ed ecclesiale.  Personalmente condivido nel complesso il pensiero di padre Spadaro e trovo in particolare pertinente la sua riflessione quando scrive che attraverso aNobi “è possibile creare il profilo di una biblioteca parrocchiale che sviluppa un gruppo di lettura, come si può creare un gruppo di lettura della Bibbia. In fondo l’accentuazione sociale della Rete nei suoi sviluppi più virtuosi tende a tradursi in comunitaria’”. Lo stesso ragionamento, a pensarci bene, è estendibile a temi specifici inerenti l’evangelizzazione, quali l’annuncio e la testimonianza di Cristo, il dialogo, la pace, la giustizia, la solidarietà, il rispetto del creato, l’inculturazione… Insomma un modo intelligente per essere in Rete!

A proposito della nube tossica internettiana…

marzo 31st, 2010 by Padre Giulio Albanese

Make IT Green” è l’ultimo rapporto di Greenpeace che prende di mira le emissioni nocive per l’ambiente generate dal funzionamento dei server dedicati alle operazioni di stoccaggio su Internet. Sono certo che qualcuno, tra i lettori di questo Blog, potrebbe pensare ad uno scherzo, visto e considerato che domani è il giorno del fantomatico “Pesce d’Aprile”.

In effetti la questione sollevata dagli ambientalisti non è assolutamente campata in aria, considerando che oggi la sempre più capillare copertura della banda larga, sta di fatto gradualmente spingendo  gli utenti ad abbandonare la consuetudine di salvare tutti i dati sul proprio Hard Disk, per destinarli invece ai server messi a disposizione dalla Rete. A questo proposito Greenpeace lancia l’allarme “cloud computing”: si tratta di una sorta di nube di informazioni digitali che causerebbe un innalzamento delle emissioni con effetto inquinante su scala planetaria.

Insomma la consuetudine, ormai diffusa, di salvare i propri dati sui server dei colossi internettiani non aiuta la lotta al cambiamento climatico. Da rilevare, comunque, che sotto accusa sarebbero anche gli smartphones e i tablets come l’Ipad, che avrebbero aumentato a dismisura il traffico in Rete e quindi l’accumulo d’informazioni. Sempre stando alla denuncia di Greenpeace, i server incriminati verrebbero alimentati principalmente a carbone, come nel caso di quelli di Facebook. Il colosso dei social-network è accusato di aver realizzato un gigantesco “data center” a Prineville, nell’Oregon (Usa), per il quale l’azienda di Mark Zuckerberg ha optato per l’economico, abbondante, ma altamente inquinante minerale. Le cifre diffuse da Greenpeace e rilevate da una ricerca condotta nei mesi scorsi dall’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti sono preoccupanti: il consumo delle apparecchiature, tra server e telecomunicazioni, dedicate a operazioni di cloud computing è cresciuto dal 2007 ad oggi del 300% circa, arrivando a generare consumi superiori a quelli di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme.

Gli ambientalisti naturalmente vorrebbero che i gestori di questi “mega-server” utilizzassero il 100 per cento di energia rinnovabile. Ma questo sarà davvero possibile? Avrete sicuramente intuito, leggendo questo Blog, che il mondo missionario ha un profondo rispetto per le nuove tecnologie, ma come insegna il magistero Sociale della Chiesa vi è anche grande attenzione alla questione ambientale che esige, per essere realizzata, una decisa volontà politica riaffermando il primato della persona umana e del creato sul mercato. Una cosa è certa: se abbiamo l’abitudine di salvare tutto “on line”, cerchiamo di fare la nostra parte evitando che la nube internettiana acuisca le sofferenze del nostro pianeta.  D’altro canto non bisogna dimenticare che con una semplice transazione on line si può evitare uno spostamento “fisico” che comporterebbe un dispendio energetico sicuramente superiore e la soluzione sembra essere nel “Green Computing”, una informatica ecologicamente sostenibile. Computer a risparmio energetico, componenti più efficienti, sistemi operativi che abbiamo un consumo energetico proporzionato alle esigenze, costruzione degli chassis con materiali riciclati ed infine la cosa più importante: un uso intelligente, che eviti ad esempio di stampare decine di fogli che poi finiscono nel cestino, spegnere il PC quando non serve, evitare di sostituire il palmare od il portatile solo “per moda” alla ricerca di prestazioni che poi rimangono inutilizzate.

Se vi interessa saperne di più sulle posizioni di Greenpeace, date un’occhiata qui: http://www.greenpeace.org/international/press/reports/make-it-green-cloud-computing.

“Missione e Cultura”: La Biblioteca Digitale Mondiale

marzo 26th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Oggi vorrei regalarvi una chicca che mi ha passato l’amico Mauro Bellini con il quale condivido la mia esperienza professionale e pastorale presso la Fondazione Missio (http://missionetcultura.blogspot.com/): “Non è dal modo in cui un uomo mi parla di Dio che io vedo se è abitato dal fuoco dell’amore divino, ma dal modo in cui mi parla delle cose terrestri”. Questa espressione è di Simone Weil (1909 –1943), mistica e filosofa francese. Cosa c’entra con l’Evangelizzazione? Credo sia molto inerente. Pensiamo ad esempio alla grande operazione culturale delle riviste della Fesmi (Federazione della Stampa Missionaria Italiana) nel raccontare la vita dei popoli in cui i nostri missionari e missionarie vivono la loro avventura di credenti.

A questo proposito mi sembra importantissimo segnalare il sito http://www.wdl.org/en/ Badate bene si tratta dell’archivio culturale digitale più importante del Terzo Millennio. Un regalo dell’Unesco per l’umanità, specialmente per le nuove generazioni. Il World Digitale Library rappresenta davvero una straordinaria risorsa fatta di mappe, testi, foto, registrazioni e film di tutti i tempi, illustrando peraltro i gioielli e le reliquie culturali di tutte le biblioteche del pianeta. Questa Biblioteca Digitale Mondiale (BDM), non offre né offrirà documenti di attualità, bensì quelli che hanno “valore di patrimonio e che permettano di apprezzare e conoscere meglio le culture del mondo in lingue differenti: arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo e portoghese”. Inoltre ci sono documenti on-line in più di 50 lingue. D’altronde per testimoniare oggi la Buona Notizia, i missionari devono conoscere il passato dei popoli che sono chiamati a servire come araldi del Vangelo. Tra i documenti più antichi figurano alcuni codici precolombiani d’inestimabile valore; le prime mappe dell’America, disegnati da Diego Gutiérrez per il re della Spagna nel 1562; il Hyakumanto Darani, un documento in giapponese edito nell’anno 764 e considerato il primo testo stampato della storia; un racconto degli aztechi che costituisce la prima menzione dal bambino Gesù nel nuovo mondo; lavori di scienziati arabi svelando il mistero dell’algebra; ossa utilizzate come oracoli e steli cinesi; la Bibbia di Gutenberg; antiche foto latinoamericane della biblioteca nazionale di Brasile…

L’accesso alla Biblioteca Digitale Mondiale è gratuito e gli utenti possono entrare direttamente per la Web, senza necessità di registrarsi. (Cf.: http://www.comboni.org/index.php?sez=vcon&id=105210)

Internet e la Democrazia: il caso “Google” in Cina

marzo 23rd, 2010 by Padre Giulio Albanese

Oggi ho letto sulle agenzie di stampa che Google ha annunciato l’intenzione di aggirare i filtri di censura sui contenuti del motore di ricerca in lingua cinese. A renderlo noto è stato il capo dell’ufficio legale del gigante internettiano, David Drummond, il quale ha precisato che “gli utenti che visitano ‘Google.cn’ verranno reindirizzati su ‘Google.com.hk’ (il portale di Hong Kong), dove si potranno effettuare ricerche senza censura in lingua cinese, specificamente ideate per il pubblico della Cina”. Da diverse settimane si parlava di una possibile dipartita di Google dall’Impero del Drago dopo le roventi polemiche sulle censure di natura politica operate dalle autorità di Pechino e le incursioni degli hacker nelle caselle di posta dei dissidenti cinesi su Gmail. E mentre la Electronic Frontier Foundation, la più grande organizzazione di difesa dei diritti degli utenti Internet, plaude alla decisione di Google, quella di sottrarsi al peso della censura, la realtà dei fatti è che Google sembra essere uscita dalla porta per rientrare dalla finestra.

Questa vicenda, devo confessarlo, mi appassiona, perché evidenzia i punti forza ma anche di debolezza della del sistema Internet nel suo complesso. Provo a spiegarmi meglio. Da un lato, vi sono le pretese americane, dall’altra i picchetti cinesi.  È chiaro che Google intende proporsi come la metafora della democrazia a “stelle e strisce”, consentendo ai cinesi di godere delle loro libertà, consumando però secondo gli standard occidentali. Dall’altra, l’ala reazionaria del partito comunista cinese punta sulla censura per ritardare il più possibile il processo delle riforme sociali, la cosiddetta “fase due” della politica di apertura teorizzata da Deng Xiaoping, trent’anni or sono.

Una cosa è certa, la società civile cinese oggi è tra due fuochi: quello delle Corporation Usa in cerca di mercato a cui si oppone strenuamente il Great Firewall cinese che, oltre a bloccare il flusso di informazioni “sensibili”, mette il bastone tra le ruote ai  fautori della de-regulation. Ecco perché dentro la Grande Muraglia della Repubblica Popolare, realtà imprenditoriali di grosso calibro come Google, Microsoft, Yahoo, Cisco e Yahoo non riescono a sfondare, essendo costrette a rinunciare al potere dell’oligopolio a cui sono tradizionalmente avvezze. E  non riuscendo a farsene una ragione, sembra profilarsi uno scontro tra due sistemi economici.

Chi scrive, essendo un missionario, crede nel valore sacrosanto del Magistero Sociale della Chiesa che afferma il primato della persona sul mercato e sui sistemi dittatoriali di qualsiasi colore essi siano. Riuscirà la Rete a rispondere adeguatamente a questa legittima istanza di democrazia che, tra l’altro, è parte integrante dell’evangelizzazione?  La risposta è racchiusa nella dialettica umana (e non virtuale) tra il “bene” e il “male”, nella certezza che il Vangelo è davvero l’azzardo dell’utopia. Dunque, come cristiani, non possiamo stare alla finestra a guardare.

I motori di ricerca e la missione dei sordomuti

marzo 19th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Credo che sia giunto il momento, nella nostra riflessione sulla missione digitale, di soffermarsi sulle linee guida, a livello metodologico, che ci possono aiutare a cercare informazioni utili nel “mare magnum” internettiano. Naturalmente si inizia la navigazione attraverso un motore di ricerca (per esempio Yahoo o Google), inserendo nell’apposita stringa la parola chiave su cui condurre l´indagine. A questo proposito, va fatta una distinzione tra la ricerca “generalista” e quella con ricerche suddivise per “argomenti o aree tematiche”. Nel primo caso il motore propone le risposte dopo aver confrontato i dati della richiesta con quelli in memoria. A questo punto però veniamo letteralmente inondati da migliaia di siti contenenti il termine da ricercare, senza che venga osservato un preciso criterio di ricerca. Digitando, ad esempio, la parola  “missione” si indicheranno tutti i siti dedicati sia alla missione cattolica, come a quella delle chiese protestanti, per non parlare delle missioni di pace o di quelle diplomatiche. Nel secondo caso, mentre digitiamo la parola chiave, il motore di ricerca ci propone una scaletta di temi effettuando una selezione attraverso un insieme di siti precedentemente catalogati. Digitando allora ancora il termine “missione” non si ottiene una selezione generalista, ma una elenco di siti proposto per categorie. Questo criterio è adottato dalla stragrande maggioranza dei cybernauti. Ma non è tutto qui: vi è infatti anche la possibilità di definire la ricerca grazie agli operatori logici o booleiani, dal nome del matematico scozzese George Boole. Egli li adottò nel campo della logica, ma se applicati sul  Web favoriscono la focalizzazione della ricerca. I più utilizzati sono: AND/OR/NOT. Per esempio, inserendo “missione AND apostoli” si troveranno soltanto i siti che contengono entrambe le parole. Se, invece, si opta per il NOT, i risultati saranno relativi solo alla missione, escludendo le pagine Web contenenti il termine apostoli. In questi due casi l’operatore logico consente una restrizione del campo della ricerca. Utilizzando, invece, l’OR (o…o) sono rilevati tutti i siti contenenti entrambe le parole o almeno una di esse. È stato proprio attraverso questo metodo che ieri ho avuto conferma dell’esistenza di un modello di missione cattolica, probabilmente inedita ad alcuni dei lettori di questo Blog: quella nei confronti dei sordomuti di cui avevo vagamente sentito parlare in passato. Forse non tutti sanno che si stima che nella Chiesa vi siano circa 1,3 milioni di sordi cattolici, spesso con difficoltà a partecipare pienamente alla pratica spirituale alla vita concreta delle loro comunità.  Ecco che allora scoviamo, proprio attraverso questa ricerca affinata, che in Italia abbiamo un intero portale dedicato a questo apostolato (http://nuke.sordicattolici.it/News/tabid/473/Default.aspx); lo stesso negli Stati Uniti (http://www.dominicanmissionaries.org). Insomma, attraverso Internet, scopriamo le numerosissime sfaccettature dell’evangelizzazione. Addirittura veniamo a sapere che vi sono uomini e donne che predicano il Vangelo ai sordomuti attraverso il linguaggio dei segni.

“Pane Spezzato”, missione digitale dal Congo

marzo 16th, 2010 by Padre Giulio Albanese

Ho appena ricevuto una mail da un gruppo missionario legato a padre Gianni Nobili, comboniano, in prima linea nella Repubblica Democratica del Congo. Mi ha fatto molto piacere perché in questo messaggio elettronico ho trovato l’indirizzo del Blog personale di questo missionario valtellinese, originario di Sondrio, classe 1940 (www.panespezzato.it). Una vita, la sua, vissuta intensamente in Burundi, Kenya e Repubblica Democratica del Congo, con qualche parentesi in Italia per il servizio di animazione missionaria. Attualmente padre Gianni – credetemi, una figura straordinariamente carismatica – si trova in una sperduta missione congolese, quella di Bondo. Per comunicare col resto del mondo padre Gianni utilizza il suo Blog, grazie all’aiuto di alcuni amici in Italia. C’è da tenere presente che per raggiungerlo non è possibile fare affidamento sulla posta tradizionale. Esistono solo le strade dell’elettronica per comunicare da quelle parti. Il suo cellulare in Congo (Vodacom) può ricevere telefonate e Sms (con le schede del mercato internazionale molto usate dagli africani in Italia). Ma i suoi Sms non sono ricevuti da gran parte dei telefoni italiani. Da Bondo, con il sistema Internet Satellitare a scheda Gprs, affidabile ma un pò costoso, padre Gianni può ricevere e inviare messaggi e-mail all’indirizzo gianni@panespezzato.it . Oltre alla lettera agli Amici, che arriva per posta elettronica a Pasqua e a Natale (per riceverla è necessario scrivere al suo gruppo di appoggio info@panespezzato.it al fine di essere inseriti nella mailing list), potete avere maggiori notizie dalla missione di Bondo proprio consultando il Blog “Pane spezzato”.  Credetemi è una miniera di informazioni da un mondo anni luce distante dal nostro immaginario. Inoltre contiene delle bellissime pagine di spiritualità missionaria che fanno bene all’anima di chi le legge.

Umanizzare il Digitale

marzo 13th, 2010 by Padre Giulio Albanese

In questi giorni ho riletto tutto d’un fiato “La rivoluzione incompiuta”, l’ultimo libro del grande Michael Dertouzos, scomparso prematuramente all’età di 64 anni il 27 agosto del 2001. Un saggio interessantissimo, per certi versi anche divertente, ma soprattutto provocatorio per il messaggio lanciato dall’autore: i Pc sono inutilmente complicati da usare e rischiano di creare più problemi di quanti non ne risolvano. Una presa di posizione a dir poco audace e temeraria se si considera che è stata formulata da colui che, sin dal 1974, ha ricoperto l’incarico di direttore del laboratorio di “Computer Science” del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit). Insomma, se non fosse sufficientemente chiaro, l’autore in esame è stato il guru che ha formato i quadri dell’industria informatica statunitense. “Strani animali mi circondano in casa, a lavoro, in ogni luogo in cui mi trovi. Ogni giorno devo trascorrere ore a cibarli, curarli, aspettarli, senza dire delle liti che abbiamo! Anche voi – avverte Dertouzos – siete circondati da queste creature: sono i computer, i portatili, i palmari, le stampanti, e telefonini che si collegano alla Rete, gli apparecchi per ascoltare la musica digitale e altre meraviglie elettroniche. Sono dappertutto e si moltiplicano alla svelta. Eppure, invece di servire noi, siamo noi che serviamo loro”. Per carità, è trascorso quasi un decennio da quando Dertouzos scrisse questo libro, eppure, nonostante l’accelerazione impressa dalla rivoluzione digitale, devo ammettere che molte delle sue considerazioni sono ancora attuali. Per i non addetti ai lavori, è forse bene rammentare che Dertouzos è considerato l’anti-Negroponte, avendo segnalato in maniera puntigliosa alcune contraddizioni della cosiddetta società cibernetica, quasi volesse smorzare l’euforia negropontiana. In particolare mi ha colpito la sua critica circa l’inadeguatezza dei Pc e dei programmi che li comandano, sempre più appesantiti da miriadi di funzioni che pochi eletti sanno utilizzare, per non parlare dei manuali difficili da decifrare. Ciò che trovo straordinariamente vero nelle pagine di Dertouzos è l’istanza di rendere l’informatica “digital immigrant”, (centrata sull’uomo). Un esempio emblematico per Dertouzos riguarda l’inondazione delle e-mail nei nostri computer. A questo proposito consiglia la tecnica Dpl, ovvero Distruggere Prima di Leggere: “Alle 11 di sera – scrive nel primo capitolo – scarico la posta elettronica. Novantotto messaggi sono arrivati da ieri. A una media di 2-3 minuti per messaggio impiegherei circa 4 ore per sbrigarli tutti. Mi verrebbe molta voglia di assegnare loro il mio codice di massima sicurezza”. Come dargli torto! Di strada ne è stata fatta molta dal 2001 ad oggi, ma la fissazione del professore rappresenta ancora una sfida se non vogliamo che sia sempre il povero mortale a doversi piegare all’innovazione digitale. D’accordo sarò anche un “digital immigrant”, ma la semplicazione vale anche per i “natives” della Rete!